lunedì 29 gennaio 2018

Ortodossia in Scozia: l'abbazia di san Æthelwold (Latinità Ortodossa)

Oggi vi presento una persona a mio vedere speciale. E' un sacerdote ortodosso, ed è di rito occidentale. E' un monaco benedettino che segue l'antica via del monachesimo latino, rinfrescata dalla vivificante Ortodossia. E' padre Æthelwold. Avendolo scoperto per caso, mi sono dedicato ad una intervista per farvi conoscere l'impegno di questo giovane sacerdote ortodosso. 

Il giovane padre Æthelwold. 

Me: Padre, è veramente un piacere fare la sua conoscenza. Innanzi tutto, mi permetta di chiederle... come mai è diventato ortodosso? Lei è evidentemente un inglese.

Padre Aethelwold: Beh, io sono nato cattolico-romano, ma ho dei parenti di sangue russo. Questi ultimi mi hanno incoraggiato a visitare le reliquie di san Giovanni Maximovic, a San Francisco (U.S.A.) Per un paio d'anni sono stato direttore di coro di una chiesa russa: dopo aver molto girovagato per vari circoli legati all'ecumenismo, ne sono uscito volendo portare l'Ortodossia in Gran Bretagna, e così sono tornato a casa con la ferma volontà di diventare sacerdote. Mio cugino mi ha seguito in questo percorso. Dopo il Concilio di Creta, ci siamo resi conto della deriva di alcune Chiese, e così siamo entrati nel Vecchio Calendario. Abbiamo ricevuto la benedizione a formare un monastero qui in Scozia, e dunque... eccoci qua.

Me: Fra tutte le scelte possibili, proprio il rito occidentale. Perché?

Padre Aethelwold: Io credo che sia fondamentale riportare all'origine i nostri popoli, tramite una espressione della fede più congeniale alla nostra mentalità.  Questa era la liturgia dei nostri antenati, in questa liturgia essi si sono formati nella santità. L'Ortodossia di rito latino è un buon strumento missionario, perché questo paese (la Gran Bretagna, n.d.a.) si è molto allontanato dalla Ortodossia. Molte antiche pratiche sopravvivono ancora oggi, e quindi alle persone che si approcciano alla ortodossia occidentale sembra di ritrovare qualcosa che hanno perduto. Il rito bizantino, che io trovo fondamentale conoscere da ortodosso, tuttavia, non ha lo stesso impatto sugli occidentali che ha la liturgia latina. I nostri riti "nativi" creano una immediata empatia fra noi e gli occidentali, che altre espressioni della fede non hanno.

Me: A proposito... E il monastero? 

Padre Aethelwold: Siamo stati benedetti con la possibilità di rilevare un grande edificio qui in Scozia, e, simultaneamente, con un folto gruppo di interessati alla nostra attività. Recentemente abbiamo celebrato il primo battesimo della comunità. Il monastero, intitolato ai grandi santi Albano ed Æthelwold (di cui io porto il nome monastico), si occupa di produzione di oggetti di culto - paramenti, corde di preghiera, lestovka, icone - e di libri rilegati a mano, con impaginazione antica. Curiamo anche un bel chiostro e stiamo lavorando per implementare un orto  ricco di piante officinali per la preparazione di un erbario.

Me: Molto interessante, molto complesso. Un progetto ambizioso. Vi chiedo un'ultima cosa: avete dei consigli su come affrontare l'Ortodossia Occidentale per un "non addetto ai lavori"?

Padre Aethelwold: sì. Leggete i santi padri della Chiesa Latina, quelli prima dello Scisma, e pensate: come si fa ad avvicinarsi a loro il più possibile? E noi siamo disponibili ad ospitare pellegrini per qualche notte, se vogliono conoscere la nostra spiritualità. 

Fotografie di una liturgia vespertina al monastero:





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INOLTRE:

Il sito del monastero, a questo link.

mercoledì 24 gennaio 2018

Commento al Padre Nostro dell'abate Ælfric di Eynsham

Ælfric di Eynsham (+1010) fu un abate anglosassone a cavallo del X e XI secolo, una figura letterata prominente del periodo. In una Inghilterra ancora lontana dall'influenza cattolico-normanna, rappresenta uno degli ultimi intellettuali ortodossi dell'Occidente. Presentiamo in italiano la sua esplicazione del Padre Nostro

Noi diciamo Padre Nostro, che sei nei Cieli perché Dio si trova negli Eccelsi, ma anche ovunque, giacché Egli stesso disse: "Io riempio i Cieli e la Terra" [1]. E ancora, la Santa Scrittura dice a Suo riguardo: Il Cielo è il suo trono, e la Terra il suo sgabello". Noi preghiamo rivolti a Oriente, perché da lì nasce il Sole, e da lì pende origine il Cielo e ogni creatura si alza al venire del sole: rivolgiamo dunque le cose più alte alla fonte di tutto, a Dio, volgendoci a Oriente. Dovremmo ricordarci anche che simbolicamente il peccatore è chiamato "terra" e il giusto è chiamato "cielo", perché l'uomo retto è un tempio dello Spirito e una casa di Dio, mentre l'empio è terra dove germina il peccato e tempio del demonio. C'è così tanta differenza fra il giusto e il peccatore così come ve ne è fra cielo e terra. 

Nel Padre Nostro abbiamo sette preci. Le prime parole non sono una preghiera, ma una lode: Padre nostro, che sei nei cieli. La seconda frase, sia santificato il tuo Nome, non va intesa come se il Nome di Dio già non fosse abbastanza santo, o che non lo fosse, ma piuttosto sono da intendere in questo modo, che il Nome di Dio sia santificato in noi, che possiamo dunque benedirLo non solo con le labbra, ma col cuore, e comprendere così che non c'è niente di più santo del Suo Nome. 

La seconda preghiera è venga il tuo Regno. Da sempre il Regno di Dio è esistito, e sempre esisterà. Come va dunque capita questa frase? E' una preghiera affinché il Regno di Dio governi la nostra vita, sia parte di noi. E' una preghiera affinché diventiamo obbedienti a Dio, affinché il suo Regno si realizzi in noi e pervada tutto il nostro essere, così come ci ha promesso Cristo, dicendo: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. [2] gli uomini e le donne giusti saranno alla fine dei tempi ricompensati con il Regno di Dio, nel quale regneranno nei loro corpi e nei loro spiriti, simili agli Angeli. 

La terza preghiera è sia fatta la tua volontà, come in Cielo così in Terra. Così come gli Angeli ti adorano e compiono la volontà in Cielo, così rendi noi capaci di seguire i tuoi comandamenti. Questo è il senso di questa frase. Noi preghiamo che sia fatta la volontà di Dio nei nostri corpi e nel nostro spirito, così da rimanere saldi e obbedirgli, affinché egli ci protegga dalle tentazioni. 

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, continuiamo noi. Questa prece ha due significati: nutrimento reale e nutrimento spirituale. Il pane spirituale è la legge di Dio, che dovremmo meditare ogni giorno, e portare a compimento con le opere; il pane reale è il cibo di ogni giorno, così da rimanere in vita, e compiere così i precetti di Dio. Ma c'è anche un terzo significato, ed è la Comunione. Attraverso la Santa Comunione, ci vengono rimessi i nostri peccati, diventiamo forti nella fede e contro le tentazioni. A causa di questo, dovremmo prendere molto spesso il Nutrimento Spirituale (la comunione, ndt). Sarebbe bene non avvicinarsi alla Comunione se prima non abbiamo confessato i nostri peccati. Come abbiamo detto dunque, il pane rappresenta tre cose: il pane del Cielo, il pane della mensa, e la Santa Eucarestia. 

La quinta preghiera è rimetti a noi i nostri debiti, così come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Noi chiediamo a Dio che rimetta i peccati, e allo stesso modo dobbiamo ricordarci d'essere indulgenti gli uni con gli altri. Se noi infatti non sopportiamo gli altri, Dio non ci perdonerà. Difatti sta scritto:  Quando vi mettete a pregare, se avete qualcosa contro qualcuno, perdonate, perché anche il Padre vostro che è nei cieli perdoni a voi i vostri peccati [3]. Secondo i santi libri, comunque, non ci viene impedito di redarguire l'ignorante e di istruire l'errante, ma questo senza odio né rancore: dovremmo amare questi uomini come fratelli. 

La sesta prece è non ci indurre in tentazione.  Ma una cosa è la tentazione, l'altra è la prova. Dio non tenta l'uomo, ma l'uomo non può giungere a Dio senza venire prima provato. Noi non dovremmo chiedere a Dio di non provarci, ma piuttosto di renderci forti e di proteggerci nelle prove. 

La settima preghiera ma liberaci dal maligno. Noi chiediamo che Dio ci salvi dal male e da tutti i suoi servi. Dio ci ama, il demonio ci odia. Dio vuole il nostro bene, il demonio vuole schiavizzarci. Non dovremmo seguire le pratiche malvagie, se vogliamo la benedizione di Dio: seguiamo il Signore e ci condurrà alla vita senza fine. 

Come abbiamo detto, nel Padre Nostro ci sono sette preghiere. Il Cristo stesso ha istituito questa preghiera, poche parole per ogni nostro bisogno, spirituale e materiale. E non disse "Padre mio" ma "Padre Nostro", affinché ogni cristiano sulla Terra potesse sentire queste parole come sue. 

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NOTE

TRATTO DA: Aelfric's Homilies, traduzione in inglese moderno di Benjamin Thorpe, Londra, 1844. Disponibile in ebook

1) Geremia 23:24 

2) Matteo 25:34

3) Marco 11:25

Incmaro di Rheims sul Battesimo per immersione (Latinità Ortodossa)

In una lettera del 858 d.C., il vescovo di Rheims, Incmaro, scriveva ai suoi preti circa il battesimo per immersione, spiegandone il senso spirituale. Non deve stupire che un vescovo gallo-latino del IX secolo stia spiegando il simbolismo dell'immersione battesimale, perché fino al XII secolo, questa era l'unica prassi conosciuta dalla Chiesa occidentale

In foto: il battistero Neoniano a Ravenna.

[...] Il [catecumeno] è quindi battezzato nel Nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo: così come l'uomo originale è fatto ad immagine della Santissima Trinità, così nel nome della Triade l'immagine stessa viene restaurata, la medesima che cadde sotto il giogo della morte attraverso tre trasgressioni, così attraverso tre immersioni riemerge alla vita tramite il fonte lustrale. Così come l'uomo interiore viene rinnovato nell'immagine del Creatore, così anche l'uomo esteriore, il suo corpo, viene mondato con tre immersioni nella Santa Trinità. Così, lo Spirito Santo agisce invisibilmente, mentre il sacerdote compie i segni esteriori tramite l'acqua. Difatti, il peccato originale venne tramite tre trasgressioni: tramite, pensiero, parola e azione. Ed è per questo che i peccati possono essere compiuti con pensieri, parole e azioni. Le tre abluzioni purificano dunque i battezzandi dalle tre classi di peccato. E poiché secondo le Scritture abbiamo un solo Dio, una sola Fede, un solo Battesimo, così noi immergiamo tre volte i catecumeni nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, così che la Trinità si manifesti nel Sacramento; e la persona non viene battezzata nei nomi separati del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, ma nel Nome, che è quello divino, secondo l'Apostolo: un Dio, una Fede, un Battesimo. [1]

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Tratto da: Hincmar of Rheims, on the triple immersions, risorsa web.

1) Efesini 1:17


lunedì 22 gennaio 2018

Il vescovo Eutichio di Ishim contro Putin (news)

Pare strano, ma da Christian Today apprendiamo per la prima volta che un ecclesiastico russo si è messo davvero contro il presidente della Federazione Russa. Pare che sua eminenza Eutichio (Kurochkin), vescovo di Ishim in Siberia, abbia avuto parole molto dure contro il presidente Putin. Difatti, il prelato si è schierato contro il presidente dopo che quest'ultimo ha comparato il cristianesimo al comunismo, in una uscita mediatica infelice di poco tempo fa. 

Il vescovo Eutichio ha scritto, così come riporta il sito Christian Today

Se la luce che è in te è tenebra, come sei pieno di essa! Queste sono le parole di Cristo. Andrò forse io contro Cristo per dire di votare per le tenebre? no, no e no

Nessuna risposta, per adesso, dal patriarca di Mosca, fino ad adesso in ottimi rapporti col capo di Stato della Federazione. L'assunto di Putin è stato, grossomodo, il seguente, così come riportano le fonti [1]: 

L'ideologia comunista è molto simile al Cristianesimo, a guardare bene: libertà, uguaglianza, fratellanza, giustizia - tutto questo si evince dalle Scritture, è tutto scritto lì. E l'essenza del comunista? la sublimazione, la quale è primitivamente presente nella Bibbia, quindi nulla di nuovo è stato inventato.

E' davvero una frase scioccante, dal momento che il regime comunista è responsabile della morte di centinaia di migliaia di ortodossi nel mondo, non solo in Russia, ma anche in Romania, Ucraina, Bulgaria e nei paesi balcanici. Il commento ha avuto una certa eco positiva - ovviamente - fra i comunisti russi, cui probabilmente era destinato. 

Non sappiamo ancora l'effetto che questa frase ha suscitato nei fedeli russi che voteranno alle prossime elezioni, e se la ricorderanno o meno. Ma certamente, ora come ora, il governo Putin ha perso quel senso di "sinfonia" forzata che pareva voler instaurare. 

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1) Vedi in inglese lo stesso Christian Today, Russia Today, già citata, The new American, News Week, Sputnik, in italiano Gloria Tv, in russo  Реал.    

Teofania o Epifania?

E' da pochi giorni passata la festa della Teofania di Cristo, ossia la "manifestazione della divinità" di Gesù di Nazaret, nostro Signore e Dio, accaduta durante il Suo battesimo nell'acqua del fiume Giordano. Un corrispondente mi ha scritto, domandandomi quale sia la differenza fra Epifania e Teofania, e perché in Occidente si festeggia l'Epifania piuttosto che la Teofania, e se i Latini sono in errore. Cercherò di rispondere a questa domanda

La parola Teofania viene da due lemmi greci, Theos (Dio) e Phainestai ( essere apparso  manifestato). Significa: "manifestazione di Dio". 

La parola Epifania viene dalle parole greche epì ("dall'alto") e phanein (manifestare). Significa "manifestazione dall'Alto" e per antonomasia, "manifestazione divina". 

Possiamo dire che sono dunque sinonimi? La sottigliezza grammaticale porta a due differenti significati. Possiamo dire che "Epifania" è più generico, e può essere adottato come lemma intellettuale per indicare tutte le volte, nella Storia umana, in cui Dio è apparso o si è manifestato o ha reso nota la sua potenza, o ha parlato. Fu una epifania di Cristo, prima della sua incarnazione, ad esempio, l'episodio in cui apparve come Angelo a Mosé dicendo "sono il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe" (cfr. Esodo 3:6 e seguenti), esplicitandosi come Dio, quando aggiunse: Io sono colui che è. (Esodo 3:14). 

Nel mondo latino, la parola Epifania fu adottata nel linguaggio liturgico come espressione della Epifania per eccellenza: l'Incarnazione del Verbo di Dio. La nascita di Cristo Gesù e la sua adorazione da parte dei pastori e dei magi ha preso il nome di Epifania, cioè "la manifestazione" della divinità, adombrando in significato tutte le altre manifestazioni dell'Antico e del Nuovo Testamento.


Icona greca dell'Adorazione dei Magi - Epifania.


La Teofania, al contrario, nel Cristianesimo orientale ha assunto un significato preciso: è la manifestazione del Padre e dello Spirito Santo nel momento in cui Cristo si fece battezzare nel Giordano ( cfr. ad es. Matteo 3:13-17). Difatti i Padri Greci parlano di epifanie nel Vecchio Testamento, e di Teofania nel Nuovo.


Icona del Battesimo di Cristo, la Teofania

La differenza è, oserei dire, squisitamente liturgica. L'impatto delle due liturgie è difatti una questione pratica, non di sostanza. I Latini ortodossi festeggiavano la Teofania, con la Benedizione delle Acque, ai Vespri Solenni in Vigilia della Epifania, come fossero una festa sola. Il rito di Benedizione delle Acque antico fu soppresso dal Vaticano nel 1896. In Oriente invece si è sempre celebrata l'Epifania insieme col Natale, dando quindi alla Teofania il rango di Festa "indipendente". 

I Latini hanno preferito, liturgicamente, marcare l'Incarnazione del Verbo, dandoGli due commemorazioni - perché di fatto l'Epifania non magnifica i Magi, ma piuttosto il Cristo... - l'Epifania latina è un inno alla gloria del Signore, un invito a prostrarci e adorare la Divinità che si fa carne. La Teofania invece magnifica e accentua la Divinità che si mostra al mondo nella sua compiutezza, adesso visibile nel Cristo il Teantropo. 

Ad ogni modo, liturgicamente parlando, ai latini antichi non mancava la Teofania, che era piuttosto una sorta di "pre-festa", mentre agli ortodossi non manca l'Epifania, che è semplicemente una "festa nella festa" il 25 dicembre. Entrambe le tradizioni hanno assimilato momenti diversi dello stesso Mistero. I cattolici romani attuali hanno perduto la santificazione delle Acque. 

Che Cristo nostro Dio, Colui che si fece battezzare nel Giordano per la nostra salvezza, ci salvi, Lui che è buono e Filantropo.  Amen. 

L'Anti-Epifania dei cristiani moderni (Arcivescovo Averkij)

Dal sito Orthodox Ecclesiology proponiamo in traduzione un sermone del compianto arcivescovo Averkij della ROCOR (+1976) sull'umanità di oggi. 

In foto, l'arcivescovo Averkij di Syracuse (NY - U.S.A.)

Senza la croce, senza la lotta, non può esserci salvezza! Questo è ciò che insegna il vero cristianesimo. L'insegnamento sul combattimento spirituale, sul portare la croce, corre un filo scarlatto lungo tutte le Sacre Scritture e per tutta la Storia della Chiesa, e le vite dei santi graditi a Dio, gli atleti spirituali della Cristianità, testimoniano grandemente questo. 

Ma ora, nel ventesimo secolo, sono apparsi dei << saggi >> - sedicenti "neo-cristiani" - che non desiderano neanche sentir parlare di lotta spirituale. Viene predicato una sorta di cristianesimo sdolcinato, roseo e sentimentale, privo di impegno e di lotta, con un amore pseudo-cristiano, assolutamente devoto a tutte le delizie di questa vita transitoria, senza restrizioni di sorta. Questi sedicenti cristiani ignorano completamente gli innumerevoli passaggi delle Sacre Scritture che parlano con eloquenza delle lotte ascetiche, dell'emulazione del Cristo Salvatore nella crocefissione, dei dolori che attendono il cristiano in questa vita. Ricordiamo le parole del Signore stesso rivolte ai suoi discepoli: In questo mondo avrete tribolazione, perché, come Egli stesso spiegò, i veri cristiani non sono di questo mondo [1].  Per questo i cristiani non devono amare il mondo né le cose che sono del mondo [2]. Non sapete voi che l’amicizia del mondo è inimicizia contro Dio? Chi dunque vuol essere amico del mondo si rende nemico di Dio [3].

Questi saggi moderni sono del tutto incapaci di vedere come da nessuna parte la Parola di Dio promette felicità in terra e paradisi terrestri, ma al contrario denuncia come gli uomini si allontanano sempre più dalla Legge divina, e che gli uomini cadranno sempre più in basso, lontano dalla morale: 

Or sappi questo: negli ultimi giorni verranno tempi difficili;  perché gli uomini saranno egoisti, amanti del denaro, vanagloriosi, superbi, bestemmiatori, ribelli ai genitori, ingrati, irreligiosi,  insensibili, sleali, calunniatori, intemperanti, spietati, senza amore per il bene, traditori, sconsiderati, orgogliosi, amanti del piacere anziché di Dio, aventi l'apparenza della pietà, mentre ne hanno rinnegato la potenza. Anche da costoro allontànati! [4

E anche: Del resto, tutti quelli che vogliono vivere piamente in Cristo Gesù saranno perseguitati.  Ma gli uomini malvagi e gli impostori andranno di male in peggio, ingannando gli altri ed essendo ingannati. [5Il giorno del Signore verrà come un ladro: in quel giorno i cieli passeranno stridendo, gli elementi infiammati si dissolveranno, la terra e le opere che sono in essa saranno bruciate [6]. Ma dice anche che appariranno cieli nuovi e terra nuova, sulla quale vi sarà giustizia [7]. E vidi la santa città, la nuova Gerusalemme, scendere dal cielo da presso Dio, pronta come una sposa adorna per il suo sposo [8], così come fu rivelato all'Apostolo Giovanni, il guardiano dei misteri. 

Tutto questo non è gradito ai "neo-cristiani", perché questi vogliono la beatitudine di questo mondo, oppressi dalla moltitudine di iniquità e dolori, e aspettano questa beatitudine con impazienza... ma qual è la ragione di questo? Si potrebbe dire che sono deboli nella fede, o mancano completamente di essa, nella resurrezione dei morti e nella vita del mondo futuro [9]. Per loro, pare, tutto finisce qua, tutto è terreno... 

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NOTE

Tratto da: Arcivescovo Averkij, Sermoni e Discorsi, vol. III, pagg. 259-265, "sul neo-cristianesimo". In lingua inglese. 

1) Giovanni 16 e  1Giovanni 5:19. 

2) Citazione non letterale di 1Giovanni 2:15

3) Citazione dalla Epistola di Giacomo 4:4. 

4) 2Timoteo 3:1-5 

5) 2Timoteo 3:12-13 

6) 2Pietro 3:10. 

7) 2Pietro 3:13. 

8) Apocalisse 21:2

9) Credo Niceno-Costantinopolitano, enunciato finale. 

venerdì 19 gennaio 2018

Il Battesimo di Giovanni e il Battesimo di Cristo (San Cirillo di Gerusalemme)

San Cirillo di Gerusalemme (+386) nelle sue Catechesi Battesimali affronta il Battesimo istituto da san Giovanni il Precursore e il Battesimo affrontato da Cristo

Il Battesimo di Giovanni

Il battesimo fu il punto d’arrivo dell’Antico Testamento e diede inizio al Nuovo. Vero e proprio pioniere ne fu Giovanni, che chiudendo la serie dei profeti fu più grande di tutti gli altri «nati da donna» esistiti prima di lui « Perché tutti i profeti e la Legge predissero fino a Giovanni», ma egli segnò l’inizio dell’èra evangelica. La Scrittura infatti, dopo aver detto: «Principio dell’evangelo di Gesù Cristo», aggiunge subito: «Apparve e prese a battezzare nel deserto Giovanni». Potresti invero contrapporgli il tesbita Elia assunto in cielo, ma questi non fu superiore a Giovanni; anche Enoc fu come lui trasportato, ma non fu superiore a Giovanni. Mosè fu il sommo legislatore e i profeti sono tutti degni di ogni ammirazione, ma non furono più grandi di Giovanni. Non sono io a fare questo ardito confronto tra profeta e profeta, ma l’ha fatto espressamente il Signore Gesù che ha su di loro e su di noi la signoria: «Tra tutti i nati da donna non è sorto uno più grande di Giovanni!». Non disse «tra nati da vergine», ma «tra i nati da donna», perché non è possibile alcun confronto di grandezza e di grazia tra il grande Servo e i suoi conservi, e il Figlio non si misurò con i suoi servi! Non vedi di quale grandezza Dio volle fosse l’uomo che si scelse per dare inizio alla grazia? Visse in povertà e amò la solitudine, senza avere in odio il consorzio umano; si nutrì di locuste per fornire ali allo spirito, e si saziò di miele per annunziare un messaggio più dolce e utile del miele; indossando un indumento di peli di cammello, incarnò in sé l’ideale ascetico, fin dal seno della madre vestito dallo Spirito Santo. Anche Geremia era stato così santificato, ma non profetò dal seno materno. Solo Giovanni «esultò di gioia» nel grembo della madre, per lo Spirito riconoscendo il Signore che non vedeva con gli occhi della carne. La grande grazia del battesimo doveva avere inizio con questo grande personaggio.


Mosaico del Battesimo di Cristo, cattedrale di san Marco (Venezia), XIII secolo.

Il Battesimo di Gesù Cristo

Quando Gesù fu battezzato santificò il lavacro. Quale empio oserà disprezzare questo lavacro, se si fece battezzare il Figlio di Dio? Non fu però battezzato perché gli fossero rimesse delle colpe. Era senza macchia; ma benché senza peccato, si fece battezzare per infondere grazia e dignità divina a quanti ora ricevono il battesimo. Infatti, come Gesù col suo avvento è divenuto in tutto partecipe del sangue e della carne che abbiamo in comune noi suoi figli, perché accomunati nella carne fossimo accomunati  anche nella grazia divina, così si fece battezzare anche lui perché partecipando al medesimo evento fossimo associati a lui e ne ricevessimo dignità e salvezza. Poiché secondo Giobbe il drago delle acque aveva inghiottito il Giordano, Gesù doveva discendere nelle acque per frantumarne le teste e incatenare il forte e per ottenere anche a noi il potere di calpestare serpenti e draghi. Non era un animale innocuo, ma una belva terribile! Non c’era naviglio da pesca che resistesse alla pelle coriacea e spessa della sua coda; chiunque l’affrontava incorreva nella rovina, e in essa coinvolgeva quanti incontrava nel cammino. Ma la vita, intervenuta contro la morte, infine ne frenò l’impeto d’assalto, sicché possiamo dire: «O morte, dov’è la tua vittoria? O inferno, dov’è il tuo pungiglione?» . Mediante il battesimo, infatti, il pungiglione della morte è stato annientato.

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TRATTO DA

San Cirillo di Gerusalemme, Le Catechesi: Terza Catechesi Battesimale - Il Battesimo, collana Testi Patristici,  Nuova Città Edizioni, 1993. pag. 70, 75-76 

lunedì 15 gennaio 2018

San Gennadio di Marsiglia e il Filioque: una analisi testuale

In una discussione con alcuni cattolici romani - circa la supposta antichità del filioque - è uscita la testimonianza di San Gennadio di Marsiglia (+496), detto anche Lo Scolastico, che sarebbe stato, secondo i cattolici, un filoquista. Eppure, a quanto pare, san Gennadio di Marsiglia non fu affatto un filoquista. Difatti c'è discordanza fra i testi proposti nella stessa Chiesa Cattolica.

Secondo la attuale edizione della Patrologia Latina (volume II), infatti, nel  De Ecclesiasticis Dogmatibus di san Gennadio, viene riportato: 

Credimus unum esse Deum Patrem et Filium et Spiritum Sanctum. Patrem, eo quod Filium habeat: Filium, eo quod Patrem habeat: Spiritum Sanctum, eo quod sit ex Patre et Filio. Pater ergo principium deitatis; qui sicut nunquam fuit non Deus, ita nunquam fuit non Pater: a quo Filius natus: a quo Spiritus Sanctus non natus, quia non est Filius; neque ingenitus, quia non est Pater; neque factus, quia non est ex nihilo, sed ex Deo Patre et Deo Filio Deus procedens. Pater aeternus, eo quod aeternum habeat, Filium cujus aeternus sit Pater; Filius aeternus, eo quod si Patri coaeternus: Spiritus Sanctus aeternus, eo quod sit Patri et Filio coaeternus.

Tuttavia, nell'Enchiridion Patristicum di Joseph Rouet del 1922, viene invece riportato lo stesso testo, ma con alcune differenze fra cui l'assenza del Filioque [1]. 

Credimus unum esse Deum, Patrem et Filium et Spiritum Sanctum: Patrem, eo quod habeat filium; Filium, eo quod habeat patrem; Spiritum Sanctum, eo quod sit ex Patre procedens, Patri et Filio coaternus. Pater ergo principium deitatis; qui, sicut numquam fuit non Deus, ita numquam fuit non Pater, a quo Filius natus, a quo Spiritus Sanctus non natus, quia non est Filius, neque ingenitus, quia non est Pater, nec factus, sed ex Deo Patre Deus procedens.


Foto del testo originale, dalla banca digitale dei testi vaticani. 

Anche nell'edizione di H. Turner, stampata nei primi anni del XX secolo, il passo del De Ecclesiasticis Dogmatibus non ha il filioque [2]. Occorre comprendere il perché fu scritto il libro da san Gennadio, che era un sacerdote di Marsiglia, molto legato ai circoli dell'intellettualismo curiale del periodo. Siamo nella prima metà del V secolo, ed egli fu un prete che, benché latino, si interessò molto dei conflitti cristologici suoi contemporanei nell'Oriente del V secolo. Scrisse diversi libri contro Eutiche e contro Nestorio, e si interessò di controbattere il pelagianesimo. Era un autore prolifico, e tradusse in latino le opere di Evagrio Pontico, purtroppo andate perdute! San Gennadio "Lo Scolastico" era un intellettuale forbito, che conosceva il greco e perfino il copto - aveva tradotto delle opere di Teodoro II di Alessandria d'Egitto, anche queste purtroppo perdute. La sua opera De Ecclesiasticis Dogmatibus fu a lungo attribuita a sant'Agostino giacché si credeva essere troppo profonda per poterla davvero dire scritta da un sacerdote. 

Nel documento Trattato sullo Spirito Santo, san Gennadio scrive [3]:

Spiritum Sanctum: eo quod sit ex Patre cum Filio, Pater ergo principium deitatis

Lo Spirito Santo, che è dal Padre e dal Figlio, il Padre qual principio della Divinità

Nel modo di scrivere dei Latini, il "Pater principium deitatis", frequente in molti autori latini, sintetizza il concetto ortodosso della monarchia del Padre.  San Gennadio di Marsiglia fa parte di quella frangia di autori chiamati dagli accademici << semi-pelagiani >>, ovvero coloro che, in Occidente, adottarono una teologia non propriamente agostiniana, ma più libera dai condizionamenti culturali del vescovo di Ippona. 

In sintesi, san Gennadio Scolastico, sacerdote di Marsiglia, non era filoquista. 

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NOTE E FONTI

1) Enchiridion Patristicum, digitalizzato. 

2) Collezione di H. Turner, da poter acquistare per studio. 

3) Documento digitalizzato dalla Biblioteca Vaticana. Doc. Reg. Lat. 1127, pag. 98


La divina liturgia etiope: una esposizione breve della Qedasi

La Chiesa Etiope è meravigliosa e misteriosa, specialmente per noi occidentali, con una liturgia ricca e poderosa, gran parte della quale è sconosciuta e i suoi testi non sono tradotti in lingua italiana. Questo articolo tenta goffamente di spiegare la struttura di una Liturgia Etiope

La Liturgia Etiope trova le sue fondamenta nel rito copto-ortodosso così come veniva praticato nel patriarcato di Alexandria nel III-IV secolo, quando san Frumenzio d'Etiopia (+383) convertì il Regno di Axum al Cristianesimo, ordinato vescovo dal patriarca sant'Atanasio il Grande nel 328 d.C. L'Etiopia si cristianizzò velocissimamente, diventando uno dei primi regni cristiani del mondo, sotto l'obbedienza ecclesiastica del patriarcato di Alessandria. Quando, dopo il Concilio di Calcedonia del 451, i copti si separarono dalla comunione con Costantinopoli, l'Etiopia proseguì la sua strada rimanendo fedele alla sua sede patriarcale, dalla quale prese alcuni costumi religiosi, ma spesso creando i propri. La Chiesa Etiope difatti, pur nell'obbedienza egiziana, è molto diversa sia per struttura, sia ritualmente, che spiritualmente rispetto alla sua Chiesa Madre.  Dal XV al XVIII secolo la liturgia etiope subì alcune evoluzioni che portarono alla sua forma attuale. 

La liturgia, in lingua geez, si chiama Qedasi, ed è divisa in tre tronconi: le "Apologie", la "preparazione" e la "Anafora". 

LE APOLOGIE

Le Apologie sono, di fatto, la preparazione personale del celebrante prima dell'Officio liturgico. Come nella Chiesa Latina, anche nella Chiesa Etiope il sacerdote prepara sé stesso con delle preghiere penitenziali, cui la tradizione etiope aggiunge anche i salmi 24, 60, 101, 102, 121 e 130, cui segue una preghiera di benedizione, chiedendo a Dio che Egli benedica la chiesa e i vasi sacri. Dinnanzi al velo del Santo dei Santi, presso l'iconostasi, il prete etiope recita una preghiera prima di svelare l'altare, e dopo altre preghiere di pentimento e di preparazione, riverisce la mensa, il Vangelo, la Croce, benedice ed indossa i paramenti e si lava le mani, mentre il coro inizia a cantare l'Introito. Inizia dunque il cosiddetto "Ordine Comune". 

LA PREPARAZIONE ovvero LA LITURGIA DEI CATECUMENI 
detta anche
ORDINE COMUNE

La cosiddetta "Preparazione" corrisponde alla Liturgia dei Catecumeni secondo la distinzione accademica classica, ed è così strutturata:

a) Saluto sacerdotale e dossologia cui segue il salmo 116. Prima della dossologia, il sacerdote ha preparato gli Elementi sull'altare. 

b) Inni e Litanie. Alla conclusione della litania, viene incensata la chiesa. 

c) Letture. Ci sono ben tre letture, una dalle Lettere di Paolo, una dalle Lettere Cattoliche e una dagli Atti degli Apostoli. Dopo ogni lettura, segue una prece sacerdotale. 

d) Trisagio e processione del Vangelo. Il suddiacono, preceduto dai cerofori e dai portatori di flabello, conduce il Vangelo in processione per farlo baciare al popolo, mentre il coro canta il Trisagio. I sacerdoti e i celebranti escono dal Sancta Sanctorum per mettersi nel cosiddetto "Sanctus", ovvero sull'ambone. Dopo la processione si canta una litania.

e) Vangelo e Omelia. Il sacerdote recita dunque il Vangelo in modo molto solenne. 

d) Rinvio dei Catecumeni.

g) Bacio di Pace e Credo. I diaconi, dopo aver fatto uscire i catecumeni, intonano il Credo mentre i fedeli si scambiano il bacio della pace. 

h) Offertorio. Il sacerdote si lava le mani e svela i vasi sacri, che erano stati coperti alla fine delle Apologie.  Dopo la preghiera di san Basilio, che conclude l'Offertorio, l'Ordine Comune è finito.


La lettura del Vangelo

L'ANAFORA

La liturgia prosegue con l'Anafora. La divina liturgia Etiope ha una peculiarità, sconosciuta nelle tradizioni liturgiche sia latine che bizantine, ovvero la variabilità delle anafore. Nell'Occidente latino, il prefazio era variabile, ma non era tutta la struttura dell'Anafora a subire modifiche. Nel rito etiope, al contrario, vi è una grande ricchezza liturgica. La Chiesa Etiope conta quattordici anafore, che sono: 

1. Anafora degli Apostoli, secondo la tradizione scritta dagli Apostoli stessi dopo l'Ascensione di Cristo, e tramandata ritualmente solo in Etiopia, e corrisponde al Canone Eucaristico di sant'Ippolito di Roma (+250). E' quella che, secondo gli etiopi, san Frumenzio utilizzava per la sua liturgia. 

2. Anafora del Signore, la quale proviene da un testo noto come Testamentum Domini, che pretende di essere una sorta di testamento lasciato dal Signore Gesù Cristo agli apostoli, con regole di morale, di prescrizioni rituali e di indicazioni di vita. Il primo testo rinvenuto di questo Testamentum è un siriano del V secolo. 

3. Anafora di san Giovanni Evangelista, composta dall'Apostolo secondo la tradizione etiope. 

4. Anafora di Santa Maria, composta dal vescovo Ciriaco di Behnesa (Egitto) sotto dettatura della Madre di Dio. 

5. Anafora di sant'Atanasio il Grande, composta nel IV secolo proprio da lui.

6. Anafora di san Basilio, scritta da san Basilio di Cesarea in Cappadocia, nel IV secolo. 

7. Anafora di San Gregorio di Nissa, contemporaneo di san Basilio.

8. Anafora dei Trecento, composta dai 318 vescovi presenti al Concilio di Nicea del 325 d.C., secondo la Tradizione etiope importata in Etiopia dagli emissari della Chiesa d'Egitto a quel concilio.

9.  Anafora di sant'Epifanio.

10. Anafora di san Giovanni Crisostomo, la medesima della liturgia che porta il suo nome.

11. Anafora di san Cirillo di Alessandria, composta da lui agli albori del V secolo. 

12. Anafora di san Giacomo di Serough, vescovo e scrittore siriano del VI secolo, nonché poeta, autore di una imponente raccolta di settecento omelie scritte in metri poetici. 

13. Anafora di [san] Dioscoro, il principale teologo monofisita, colui che rinnegò il Concilio di Calcedonia e separò la Chiesa d'Alessandria dalla comunione con Costantinopoli. All'epoca, l'Etiopia si trovava sotto il dominio ecclesiastico di Alessandria d'Egitto, e così adottò questa anafora. 

14. Anafora di san Gregorio II il Taumaturgo.

Vi sono poi altre anafore, non presenti tuttavia in modo uniforme, e non utilizzate da tutte le chiese etiopi, che sono l'anafora di san Marco Evangelista, l'anafora di san Giacomo il Fratello del Signore, e altre due anafore mariane. Queste ultime quattro sono considerate "Anafore Apocrife". 


La liturgia etiope

Ogni anafora viene adottata per un giorno specifico o per una festa ad essa collegata. Ad esempio, la Anafora di Dioscoro viene adottata per le grandi feste di Natale, Pasqua, Epifania, Ascensione, Pentecoste e nel giorno della Trinità; la anafora degli Apostoli viene adottata come anafora usuale; la anafora di Santa Maria viene utilizzata per le feste mariane, e così via. 

STRUTTURA  DI UNA ANAFORA

La Anafora Etiope segue uno schema base, che possiamo riassumere in questo modo:

a) Ringraziamento Eucaristico
b) Intercessione
c) Sanctus
d) Istituzione ed Epiclesi
e) Preghiera della Frazione del Pane
f) Padre Nostro
g) Inclinazione
h) Preghiera cosiddetta << Angelica >>
i) Preghiera di pentimento, ovvero la ripetizione della prece: "Cristo, abbi pietà di noi" per 41 volte.
l) Invito alla Comunione
m) Preghiera "Guida dell'anima" cui segue la purificazione del calice e della patena. 
n) Ringraziamento e benedizione finale
o) conclusione del rito. 

I celebranti

Secondo i Canoni Ecclesiastici della Chiesa d'Etiopia, i celebranti dovrebbero essere sette per ogni liturgia, anche se si può scendere a cinque. I ruoli sarebbero primo sacerdote, sacerdote "assistente", diacono, ipodiacono, lettore, ceroforo (chierichetto) e "ventilatore", ovvero il portatore del flabello. Nelle liturgie cosiddette "semplici", il ceroforo e il portatore di flabello non sono presenti. La liturgia etiope è sempre cantata, non esiste la "Messa letta" o "Bassa" come viene chiamata dai Cattolici. 

La concelebrazione, intesa come più sacerdoti che consacrano insieme, è considerata anti-canonica.  Sono ammessi i sacerdoti "assistenti" che svolgono alcune parti dell'ufficio liturgico, ma senza co-consacrare. Curiosamente, i Latini antichi avevano la medesima forma di celebrazione e concelebrazione [vedi anche: la concelebrazione nell'antica Chiesa Latina]. 

Secondo il commentario liturgico etiope Fet'ha Negest, i paramenti dei celebranti dovrebbero essere di colore bianco in ricordo della Trasfigurazione del Signore, ma da molti secoli i sacerdoti etiopi hanno accesso a paramenti colorati, del tutto simili ai motivi decorativi "bizantini". 

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FONTI

THE ETHIOPIAN DIDASCALIA, English translation by J.M. Harden, London, 1920

J.M. Harden, THE ANAPHORAS OF THE ETHIOPIC LITURGY, London 1920

THE LITURGY OF THE ETHIOPIAN CHURCH, English translation of the Ethiopian Missal, by the Ethiopian Orthodox Church, Addis Abeba, 1954.

THE LITURGY IN THE ETHIOPIAN CHURCH, Marcos Daud, Kingstone (Jamaica), 1991. 

sabato 13 gennaio 2018

La Chiesa Armena ordina una diaconessa dopo cento anni (news)

A cento anni di distanza dall'ultima ordinazione femminile, la Chiesa Apostolica Armena ha ordinato una diaconessa con ruolo liturgico. Impressionante per la mentalità ortodossa, il gesto della Chiesa Armena non è inusuale per questa comunità ecclesiastica, in comunione con le Chiese non-calcedonesi.



Riporta il sito news.am di questo evento, celebratosi a Teheran, in Persia. Dopo quindici anni di servizio, la signora Ani Kristi Manvelian è stata ordinata diaconessa. "Secondo i Canoni della Chiesa, una vergine può essere ordinata diaconessa", ha detto il rappresentante della Chiesa Armena ai giornalisti. 


Il momento dell'Ordinazione

Secondo il Diritto Canonico ortodosso, che è nient'altro che la Tradizione della Chiesa assolutizzata e posta per iscritto, una monaca, superati i quarant'anni, può diventare diaconessa, con compiti pastorali e non liturgici [1], per i quali invece è stata chiamata la madre (?) Kristi. Nella tradizione armena, difatti, le diaconesse hanno un ruolo liturgico, esattamente come i diaconi, e difatti liturgicamente portano l'orarion sciolto, e non incrociato (come era per le diaconesse antiche). Ci viene da chiederci, però, perché alle diaconesse, giacché viene dato un ruolo liturgico, non venga concesso l'ingresso nel presbiterato, giacché è la naturale evoluzione del servizio liturgico diaconale. Sarebbe assai diverso se le diaconesse armene avessero compiti così come le diaconesse dell'antica Europa, che non li vedevano coinvolte in attività liturgiche. 

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Vedi anche: Diaconesse, non è cosa del padre Farley, in italiano. 

lunedì 1 gennaio 2018

Una semplice regola di preghiera da san Serafino di Sarov

Dal sito della Cattedrale di san Giovanni a Washington (USA) scopriamo come aggiungere alle nostre preghiere del mattino e della sera un veloce canone di preghiera, che era solito recitare san Serafino. 

Ogni giorno, dinnanzi alle icone domestiche, il cristiano reciti tre volte il Padre Nostro, tre volte l'Ave Maria e una volta il Credo niceno-costantinopolitano. Tramite questa regola, diceva il Santo Serafino di Sarov, è possibile diventare santi, perché queste tre preghiere riflettono le tre fondamenta della Cristianità: la prima ci fu insegnata da Cristo stesso, ed è il modello di ogni preghiera. La seconda fu portata agli uomini dagli Angeli in onore della Madre di Dio; la terza, il Simbolo della Fede, contiene tutte le verità e i dogmi in cui crediamo.

San Serafino consigliava di completarla in qualsiasi circostanza, quotidianamente: viaggiando, nel letto, lavorando... non importa dove, se a voce alta o in silenzio. 

La festa del Natale nel Cristianesimo: un breve profilo storico

Il Natale era celebrato dai Cristiani fin dagli albori della Chiesa. Tuttavia, come spesso accade nella storia liturgica, non nel modo o nella data di oggi. Tralasciando la questione della Nascita di Cristo (che si è scoperto essere davvero il 25 dicembre), i cristiani primitivi lo celebravano probabilmente a maggio o ad aprile, così come riporta Clemente d'Alessandria nel III secolo, "perché vi era la credenza che il Salvatore fosse morto nel giorno della sua nascita nella carne". [1] Sempre Nel Vicino Oriente, era comune celebrare l'Epifania e il Natale insieme - come ancora oggi avviene nella Chiesa Ortodossa [2]. Già al principio del III secolo, nel 221, si menziona la data del Natale come 25 dicembre negli scritti di Sesto Giulio Africano, nel suo Cronografia.


Adorazione della Vergine col Bambino da parte dei Magi, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma (IV secolo) 

Pare che, col passare dei secoli, le varie zone della Cristianità avessero iniziato a celebrare il Natale in date diverse. In Occidente, già nel III secolo, si celebrava il 25 dicembre: lo riporta ache sant'Ippolito di Roma.  San Giovanni Cassiano, in Occidente, parlando dei monaci egiziani nel V secolo, dice ancora che "seguono gli antichi costumi". Sappiamo che ad Alessandria, nei tempi remoti, nella notte fra il 5 e il 6 dicembre, si celebrava una Veglia nella quale una Croce Inquartata (oggi si chiama "celtica") veniva portata in processione cantando inni sulla generazione del Verbo [3]. A Gerusalemme nel IV secolo, Egeria ci fa notare che nelle prime settimane di gennaio si celebrava solennemente la Natività, con il patriarca che celebrava una veglia notturna a Betlemme. A Cipro, nel IV secolo, si celebrava la nascita di Cristo il 6 gennaio [4].

 Occorre ricordare inoltre che parlando di questo periodo le date "25 dicembre" e "6 gennaio" non sono da intendere come oggi, ovvero con l'uso di due calendari differenti (nel Calendario Vecchio, il 6 gennaio corrisponde al 25 dicembre, quindi è la medesima data!), bensì parliamo di due date differenti sullo stesso identico calendario. In Asia si preferiva celebrare in gennaio, in Occidente a dicembre, data che fu universalmente adottata anche in Oriente quando san Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, applicò la data per il Natale anche nel calendario orientale nell'anno 398. Solamente gli Armeni mantennero la loro propria datazione, che fissa il Natale nel giorno 19 gennaio.

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NOTE

1) Clemente Alessandrino, Stromata I, xxi in P.G., VIII, 888

2) Le comunità ortodosse "di rito occidentale" seguono le feste secondo il calendario latino ortodosso, mantenendo Epifania e Natale come feste distinte. Ma qui si preferisce rimanere nell'Ortodossia standard. 

3) Giovanni Cassiano, Collationes X, 2 in P.L., XLIX, 820

4) Epifanio, Haer., li, 16, 24 in P. G., XLI, 919, 931