venerdì 19 gennaio 2018

Il Battesimo di Giovanni e il Battesimo di Cristo (San Cirillo di Gerusalemme)

San Cirillo di Gerusalemme (+386) nelle sue Catechesi Battesimali affronta il Battesimo istituto da san Giovanni il Precursore e il Battesimo affrontato da Cristo

Il Battesimo di Giovanni

Il battesimo fu il punto d’arrivo dell’Antico Testamento e diede inizio al Nuovo. Vero e proprio pioniere ne fu Giovanni, che chiudendo la serie dei profeti fu più grande di tutti gli altri «nati da donna» esistiti prima di lui « Perché tutti i profeti e la Legge predissero fino a Giovanni», ma egli segnò l’inizio dell’èra evangelica. La Scrittura infatti, dopo aver detto: «Principio dell’evangelo di Gesù Cristo», aggiunge subito: «Apparve e prese a battezzare nel deserto Giovanni». Potresti invero contrapporgli il tesbita Elia assunto in cielo, ma questi non fu superiore a Giovanni; anche Enoc fu come lui trasportato, ma non fu superiore a Giovanni. Mosè fu il sommo legislatore e i profeti sono tutti degni di ogni ammirazione, ma non furono più grandi di Giovanni. Non sono io a fare questo ardito confronto tra profeta e profeta, ma l’ha fatto espressamente il Signore Gesù che ha su di loro e su di noi la signoria: «Tra tutti i nati da donna non è sorto uno più grande di Giovanni!». Non disse «tra nati da vergine», ma «tra i nati da donna», perché non è possibile alcun confronto di grandezza e di grazia tra il grande Servo e i suoi conservi, e il Figlio non si misurò con i suoi servi! Non vedi di quale grandezza Dio volle fosse l’uomo che si scelse per dare inizio alla grazia? Visse in povertà e amò la solitudine, senza avere in odio il consorzio umano; si nutrì di locuste per fornire ali allo spirito, e si saziò di miele per annunziare un messaggio più dolce e utile del miele; indossando un indumento di peli di cammello, incarnò in sé l’ideale ascetico, fin dal seno della madre vestito dallo Spirito Santo. Anche Geremia era stato così santificato, ma non profetò dal seno materno. Solo Giovanni «esultò di gioia» nel grembo della madre, per lo Spirito riconoscendo il Signore che non vedeva con gli occhi della carne. La grande grazia del battesimo doveva avere inizio con questo grande personaggio.


Mosaico del Battesimo di Cristo, cattedrale di san Marco (Venezia), XIII secolo.

Il Battesimo di Gesù Cristo

Quando Gesù fu battezzato santificò il lavacro. Quale empio oserà disprezzare questo lavacro, se si fece battezzare il Figlio di Dio? Non fu però battezzato perché gli fossero rimesse delle colpe. Era senza macchia; ma benché senza peccato, si fece battezzare per infondere grazia e dignità divina a quanti ora ricevono il battesimo. Infatti, come Gesù col suo avvento è divenuto in tutto partecipe del sangue e della carne che abbiamo in comune noi suoi figli, perché accomunati nella carne fossimo accomunati  anche nella grazia divina, così si fece battezzare anche lui perché partecipando al medesimo evento fossimo associati a lui e ne ricevessimo dignità e salvezza. Poiché secondo Giobbe il drago delle acque aveva inghiottito il Giordano, Gesù doveva discendere nelle acque per frantumarne le teste e incatenare il forte e per ottenere anche a noi il potere di calpestare serpenti e draghi. Non era un animale innocuo, ma una belva terribile! Non c’era naviglio da pesca che resistesse alla pelle coriacea e spessa della sua coda; chiunque l’affrontava incorreva nella rovina, e in essa coinvolgeva quanti incontrava nel cammino. Ma la vita, intervenuta contro la morte, infine ne frenò l’impeto d’assalto, sicché possiamo dire: «O morte, dov’è la tua vittoria? O inferno, dov’è il tuo pungiglione?» . Mediante il battesimo, infatti, il pungiglione della morte è stato annientato.

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TRATTO DA

San Cirillo di Gerusalemme, Le Catechesi: Terza Catechesi Battesimale - Il Battesimo, collana Testi Patristici,  Nuova Città Edizioni, 1993. pag. 70, 75-76 

lunedì 15 gennaio 2018

San Gennadio di Marsiglia e il Filioque: una analisi testuale

In una discussione con alcuni cattolici romani - circa la supposta antichità del filioque - è uscita la testimonianza di San Gennadio di Marsiglia (+496), detto anche Lo Scolastico, che sarebbe stato, secondo i cattolici, un filoquista. Eppure, a quanto pare, san Gennadio di Marsiglia non fu affatto un filoquista. Difatti c'è discordanza fra i testi proposti nella stessa Chiesa Cattolica.

Secondo la attuale edizione della Patrologia Latina (volume II), infatti, nel  De Ecclesiasticis Dogmatibus di san Gennadio, viene riportato: 

Credimus unum esse Deum Patrem et Filium et Spiritum Sanctum. Patrem, eo quod Filium habeat: Filium, eo quod Patrem habeat: Spiritum Sanctum, eo quod sit ex Patre et Filio. Pater ergo principium deitatis; qui sicut nunquam fuit non Deus, ita nunquam fuit non Pater: a quo Filius natus: a quo Spiritus Sanctus non natus, quia non est Filius; neque ingenitus, quia non est Pater; neque factus, quia non est ex nihilo, sed ex Deo Patre et Deo Filio Deus procedens. Pater aeternus, eo quod aeternum habeat, Filium cujus aeternus sit Pater; Filius aeternus, eo quod si Patri coaeternus: Spiritus Sanctus aeternus, eo quod sit Patri et Filio coaeternus.

Tuttavia, nell'Enchiridion Patristicum di Joseph Rouet del 1922, viene invece riportato lo stesso testo, ma con alcune differenze fra cui l'assenza del Filioque [1]. 

Credimus unum esse Deum, Patrem et Filium et Spiritum Sanctum: Patrem, eo quod habeat filium; Filium, eo quod habeat patrem; Spiritum Sanctum, eo quod sit ex Patre procedens, Patri et Filio coaternus. Pater ergo principium deitatis; qui, sicut numquam fuit non Deus, ita numquam fuit non Pater, a quo Filius natus, a quo Spiritus Sanctus non natus, quia non est Filius, neque ingenitus, quia non est Pater, nec factus, sed ex Deo Patre Deus procedens.


Foto del testo originale, dalla banca digitale dei testi vaticani. 

Anche nell'edizione di H. Turner, stampata nei primi anni del XX secolo, il passo del De Ecclesiasticis Dogmatibus non ha il filioque [2]. Occorre comprendere il perché fu scritto il libro da san Gennadio, che era un sacerdote di Marsiglia, molto legato ai circoli dell'intellettualismo curiale del periodo. Siamo nella prima metà del V secolo, ed egli fu un prete che, benché latino, si interessò molto dei conflitti cristologici suoi contemporanei nell'Oriente del V secolo. Scrisse diversi libri contro Eutiche e contro Nestorio, e si interessò di controbattere il pelagianesimo. Era un autore prolifico, e tradusse in latino le opere di Evagrio Pontico, purtroppo andate perdute! San Gennadio "Lo Scolastico" era un intellettuale forbito, che conosceva il greco e perfino il copto - aveva tradotto delle opere di Teodoro II di Alessandria d'Egitto, anche queste purtroppo perdute. La sua opera De Ecclesiasticis Dogmatibus fu a lungo attribuita a sant'Agostino giacché si credeva essere troppo profonda per poterla davvero dire scritta da un sacerdote. 

Nel documento Trattato sullo Spirito Santo, san Gennadio scrive [3]:

Spiritum Sanctum: eo quod sit ex Patre cum Filio, Pater ergo principium deitatis

Lo Spirito Santo, che è dal Padre e dal Figlio, il Padre qual principio della Divinità

Nel modo di scrivere dei Latini, il "Pater principium deitatis", frequente in molti autori latini, sintetizza il concetto ortodosso della monarchia del Padre.  San Gennadio di Marsiglia fa parte di quella frangia di autori chiamati dagli accademici << semi-pelagiani >>, ovvero coloro che, in Occidente, adottarono una teologia non propriamente agostiniana, ma più libera dai condizionamenti culturali del vescovo di Ippona. 

In sintesi, san Gennadio Scolastico, sacerdote di Marsiglia, non era filoquista. 

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NOTE E FONTI

1) Enchiridion Patristicum, digitalizzato. 

2) Collezione di H. Turner, da poter acquistare per studio. 

3) Documento digitalizzato dalla Biblioteca Vaticana. Doc. Reg. Lat. 1127, pag. 98


La divina liturgia etiope: una esposizione breve della Qedasi

La Chiesa Etiope è meravigliosa e misteriosa, specialmente per noi occidentali, con una liturgia ricca e poderosa, gran parte della quale è sconosciuta e i suoi testi non sono tradotti in lingua italiana. Questo articolo tenta goffamente di spiegare la struttura di una Liturgia Etiope

La Liturgia Etiope trova le sue fondamenta nel rito copto-ortodosso così come veniva praticato nel patriarcato di Alexandria nel III-IV secolo, quando san Frumenzio d'Etiopia (+383) convertì il Regno di Axum al Cristianesimo, ordinato vescovo dal patriarca sant'Atanasio il Grande nel 328 d.C. L'Etiopia si cristianizzò velocissimamente, diventando uno dei primi regni cristiani del mondo, sotto l'obbedienza ecclesiastica del patriarcato di Alessandria. Quando, dopo il Concilio di Calcedonia del 451, i copti si separarono dalla comunione con Costantinopoli, l'Etiopia proseguì la sua strada rimanendo fedele alla sua sede patriarcale, dalla quale prese alcuni costumi religiosi, ma spesso creando i propri. La Chiesa Etiope difatti, pur nell'obbedienza egiziana, è molto diversa sia per struttura, sia ritualmente, che spiritualmente rispetto alla sua Chiesa Madre.  Dal XV al XVIII secolo la liturgia etiope subì alcune evoluzioni che portarono alla sua forma attuale. 

La liturgia, in lingua geez, si chiama Qedasi, ed è divisa in tre tronconi: le "Apologie", la "preparazione" e la "Anafora". 

LE APOLOGIE

Le Apologie sono, di fatto, la preparazione personale del celebrante prima dell'Officio liturgico. Come nella Chiesa Latina, anche nella Chiesa Etiope il sacerdote prepara sé stesso con delle preghiere penitenziali, cui la tradizione etiope aggiunge anche i salmi 24, 60, 101, 102, 121 e 130, cui segue una preghiera di benedizione, chiedendo a Dio che Egli benedica la chiesa e i vasi sacri. Dinnanzi al velo del Santo dei Santi, presso l'iconostasi, il prete etiope recita una preghiera prima di svelare l'altare, e dopo altre preghiere di pentimento e di preparazione, riverisce la mensa, il Vangelo, la Croce, benedice ed indossa i paramenti e si lava le mani, mentre il coro inizia a cantare l'Introito. Inizia dunque il cosiddetto "Ordine Comune". 

LA PREPARAZIONE ovvero LA LITURGIA DEI CATECUMENI 
detta anche
ORDINE COMUNE

La cosiddetta "Preparazione" corrisponde alla Liturgia dei Catecumeni secondo la distinzione accademica classica, ed è così strutturata:

a) Saluto sacerdotale e dossologia cui segue il salmo 116. Prima della dossologia, il sacerdote ha preparato gli Elementi sull'altare. 

b) Inni e Litanie. Alla conclusione della litania, viene incensata la chiesa. 

c) Letture. Ci sono ben tre letture, una dalle Lettere di Paolo, una dalle Lettere Cattoliche e una dagli Atti degli Apostoli. Dopo ogni lettura, segue una prece sacerdotale. 

d) Trisagio e processione del Vangelo. Il suddiacono, preceduto dai cerofori e dai portatori di flabello, conduce il Vangelo in processione per farlo baciare al popolo, mentre il coro canta il Trisagio. I sacerdoti e i celebranti escono dal Sancta Sanctorum per mettersi nel cosiddetto "Sanctus", ovvero sull'ambone. Dopo la processione si canta una litania.

e) Vangelo e Omelia. Il sacerdote recita dunque il Vangelo in modo molto solenne. 

d) Rinvio dei Catecumeni.

g) Bacio di Pace e Credo. I diaconi, dopo aver fatto uscire i catecumeni, intonano il Credo mentre i fedeli si scambiano il bacio della pace. 

h) Offertorio. Il sacerdote si lava le mani e svela i vasi sacri, che erano stati coperti alla fine delle Apologie.  Dopo la preghiera di san Basilio, che conclude l'Offertorio, l'Ordine Comune è finito.


La lettura del Vangelo

L'ANAFORA

La liturgia prosegue con l'Anafora. La divina liturgia Etiope ha una peculiarità, sconosciuta nelle tradizioni liturgiche sia latine che bizantine, ovvero la variabilità delle anafore. Nell'Occidente latino, il prefazio era variabile, ma non era tutta la struttura dell'Anafora a subire modifiche. Nel rito etiope, al contrario, vi è una grande ricchezza liturgica. La Chiesa Etiope conta quattordici anafore, che sono: 

1. Anafora degli Apostoli, secondo la tradizione scritta dagli Apostoli stessi dopo l'Ascensione di Cristo, e tramandata ritualmente solo in Etiopia, e corrisponde al Canone Eucaristico di sant'Ippolito di Roma (+250). E' quella che, secondo gli etiopi, san Frumenzio utilizzava per la sua liturgia. 

2. Anafora del Signore, la quale proviene da un testo noto come Testamentum Domini, che pretende di essere una sorta di testamento lasciato dal Signore Gesù Cristo agli apostoli, con regole di morale, di prescrizioni rituali e di indicazioni di vita. Il primo testo rinvenuto di questo Testamentum è un siriano del V secolo. 

3. Anafora di san Giovanni Evangelista, composta dall'Apostolo secondo la tradizione etiope. 

4. Anafora di Santa Maria, composta dal vescovo Ciriaco di Behnesa (Egitto) sotto dettatura della Madre di Dio. 

5. Anafora di sant'Atanasio il Grande, composta nel IV secolo proprio da lui.

6. Anafora di san Basilio, scritta da san Basilio di Cesarea in Cappadocia, nel IV secolo. 

7. Anafora di San Gregorio di Nissa, contemporaneo di san Basilio.

8. Anafora dei Trecento, composta dai 318 vescovi presenti al Concilio di Nicea del 325 d.C., secondo la Tradizione etiope importata in Etiopia dagli emissari della Chiesa d'Egitto a quel concilio.

9.  Anafora di sant'Epifanio.

10. Anafora di san Giovanni Crisostomo, la medesima della liturgia che porta il suo nome.

11. Anafora di san Cirillo di Alessandria, composta da lui agli albori del V secolo. 

12. Anafora di san Giacomo di Serough, vescovo e scrittore siriano del VI secolo, nonché poeta, autore di una imponente raccolta di settecento omelie scritte in metri poetici. 

13. Anafora di [san] Dioscoro, il principale teologo monofisita, colui che rinnegò il Concilio di Calcedonia e separò la Chiesa d'Alessandria dalla comunione con Costantinopoli. All'epoca, l'Etiopia si trovava sotto il dominio ecclesiastico di Alessandria d'Egitto, e così adottò questa anafora. 

14. Anafora di san Gregorio II il Taumaturgo.

Vi sono poi altre anafore, non presenti tuttavia in modo uniforme, e non utilizzate da tutte le chiese etiopi, che sono l'anafora di san Marco Evangelista, l'anafora di san Giacomo il Fratello del Signore, e altre due anafore mariane. Queste ultime quattro sono considerate "Anafore Apocrife". 


La liturgia etiope

Ogni anafora viene adottata per un giorno specifico o per una festa ad essa collegata. Ad esempio, la Anafora di Dioscoro viene adottata per le grandi feste di Natale, Pasqua, Epifania, Ascensione, Pentecoste e nel giorno della Trinità; la anafora degli Apostoli viene adottata come anafora usuale; la anafora di Santa Maria viene utilizzata per le feste mariane, e così via. 

STRUTTURA  DI UNA ANAFORA

La Anafora Etiope segue uno schema base, che possiamo riassumere in questo modo:

a) Ringraziamento Eucaristico
b) Intercessione
c) Sanctus
d) Istituzione ed Epiclesi
e) Preghiera della Frazione del Pane
f) Padre Nostro
g) Inclinazione
h) Preghiera cosiddetta << Angelica >>
i) Preghiera di pentimento, ovvero la ripetizione della prece: "Cristo, abbi pietà di noi" per 41 volte.
l) Invito alla Comunione
m) Preghiera "Guida dell'anima" cui segue la purificazione del calice e della patena. 
n) Ringraziamento e benedizione finale
o) conclusione del rito. 

I celebranti

Secondo i Canoni Ecclesiastici della Chiesa d'Etiopia, i celebranti dovrebbero essere sette per ogni liturgia, anche se si può scendere a cinque. I ruoli sarebbero primo sacerdote, sacerdote "assistente", diacono, ipodiacono, lettore, ceroforo (chierichetto) e "ventilatore", ovvero il portatore del flabello. Nelle liturgie cosiddette "semplici", il ceroforo e il portatore di flabello non sono presenti. La liturgia etiope è sempre cantata, non esiste la "Messa letta" o "Bassa" come viene chiamata dai Cattolici. 

La concelebrazione, intesa come più sacerdoti che consacrano insieme, è considerata anti-canonica.  Sono ammessi i sacerdoti "assistenti" che svolgono alcune parti dell'ufficio liturgico, ma senza co-consacrare. Curiosamente, i Latini antichi avevano la medesima forma di celebrazione e concelebrazione [vedi anche: la concelebrazione nell'antica Chiesa Latina]. 

Secondo il commentario liturgico etiope Fet'ha Negest, i paramenti dei celebranti dovrebbero essere di colore bianco in ricordo della Trasfigurazione del Signore, ma da molti secoli i sacerdoti etiopi hanno accesso a paramenti colorati, del tutto simili ai motivi decorativi "bizantini". 

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FONTI

THE ETHIOPIAN DIDASCALIA, English translation by J.M. Harden, London, 1920

J.M. Harden, THE ANAPHORAS OF THE ETHIOPIC LITURGY, London 1920

THE LITURGY OF THE ETHIOPIAN CHURCH, English translation of the Ethiopian Missal, by the Ethiopian Orthodox Church, Addis Abeba, 1954.

THE LITURGY IN THE ETHIOPIAN CHURCH, Marcos Daud, Kingstone (Jamaica), 1991. 

sabato 13 gennaio 2018

La Chiesa Armena ordina una diaconessa dopo cento anni (news)

A cento anni di distanza dall'ultima ordinazione femminile, la Chiesa Apostolica Armena ha ordinato una diaconessa con ruolo liturgico. Impressionante per la mentalità ortodossa, il gesto della Chiesa Armena non è inusuale per questa comunità ecclesiastica, in comunione con le Chiese non-calcedonesi.



Riporta il sito news.am di questo evento, celebratosi a Teheran, in Persia. Dopo quindici anni di servizio, la signora Ani Kristi Manvelian è stata ordinata diaconessa. "Secondo i Canoni della Chiesa, una vergine può essere ordinata diaconessa", ha detto il rappresentante della Chiesa Armena ai giornalisti. 


Il momento dell'Ordinazione

Secondo il Diritto Canonico ortodosso, che è nient'altro che la Tradizione della Chiesa assolutizzata e posta per iscritto, una monaca, superati i quarant'anni, può diventare diaconessa, con compiti pastorali e non liturgici [1], per i quali invece è stata chiamata la madre (?) Kristi. Nella tradizione armena, difatti, le diaconesse hanno un ruolo liturgico, esattamente come i diaconi, e difatti liturgicamente portano l'orarion sciolto, e non incrociato (come era per le diaconesse antiche). Ci viene da chiederci, però, perché alle diaconesse, giacché viene dato un ruolo liturgico, non venga concesso l'ingresso nel presbiterato, giacché è la naturale evoluzione del servizio liturgico diaconale. Sarebbe assai diverso se le diaconesse armene avessero compiti così come le diaconesse dell'antica Europa, che non li vedevano coinvolte in attività liturgiche. 

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Vedi anche: Diaconesse, non è cosa del padre Farley, in italiano. 

lunedì 1 gennaio 2018

Una semplice regola di preghiera da san Serafino di Sarov

Dal sito della Cattedrale di san Giovanni a Washington (USA) scopriamo come aggiungere alle nostre preghiere del mattino e della sera un veloce canone di preghiera, che era solito recitare san Serafino. 

Ogni giorno, dinnanzi alle icone domestiche, il cristiano reciti tre volte il Padre Nostro, tre volte l'Ave Maria e una volta il Credo niceno-costantinopolitano. Tramite questa regola, diceva il Santo Serafino di Sarov, è possibile diventare santi, perché queste tre preghiere riflettono le tre fondamenta della Cristianità: la prima ci fu insegnata da Cristo stesso, ed è il modello di ogni preghiera. La seconda fu portata agli uomini dagli Angeli in onore della Madre di Dio; la terza, il Simbolo della Fede, contiene tutte le verità e i dogmi in cui crediamo.

San Serafino consigliava di completarla in qualsiasi circostanza, quotidianamente: viaggiando, nel letto, lavorando... non importa dove, se a voce alta o in silenzio. 

La festa del Natale nel Cristianesimo: un breve profilo storico

Il Natale era celebrato dai Cristiani fin dagli albori della Chiesa. Tuttavia, come spesso accade nella storia liturgica, non nel modo o nella data di oggi. Tralasciando la questione della Nascita di Cristo (che si è scoperto essere davvero il 25 dicembre), i cristiani primitivi lo celebravano probabilmente a maggio o ad aprile, così come riporta Clemente d'Alessandria nel III secolo, "perché vi era la credenza che il Salvatore fosse morto nel giorno della sua nascita nella carne". [1] Sempre Nel Vicino Oriente, era comune celebrare l'Epifania e il Natale insieme - come ancora oggi avviene nella Chiesa Ortodossa [2]. Già al principio del III secolo, nel 221, si menziona la data del Natale come 25 dicembre negli scritti di Sesto Giulio Africano, nel suo Cronografia.


Adorazione della Vergine col Bambino da parte dei Magi, nella Basilica di Santa Maria Maggiore a Roma (IV secolo) 

Pare che, col passare dei secoli, le varie zone della Cristianità avessero iniziato a celebrare il Natale in date diverse. In Occidente, già nel III secolo, si celebrava il 25 dicembre: lo riporta ache sant'Ippolito di Roma.  San Giovanni Cassiano, in Occidente, parlando dei monaci egiziani nel V secolo, dice ancora che "seguono gli antichi costumi". Sappiamo che ad Alessandria, nei tempi remoti, nella notte fra il 5 e il 6 dicembre, si celebrava una Veglia nella quale una Croce Inquartata (oggi si chiama "celtica") veniva portata in processione cantando inni sulla generazione del Verbo [3]. A Gerusalemme nel IV secolo, Egeria ci fa notare che nelle prime settimane di gennaio si celebrava solennemente la Natività, con il patriarca che celebrava una veglia notturna a Betlemme. A Cipro, nel IV secolo, si celebrava la nascita di Cristo il 6 gennaio [4].

 Occorre ricordare inoltre che parlando di questo periodo le date "25 dicembre" e "6 gennaio" non sono da intendere come oggi, ovvero con l'uso di due calendari differenti (nel Calendario Vecchio, il 6 gennaio corrisponde al 25 dicembre, quindi è la medesima data!), bensì parliamo di due date differenti sullo stesso identico calendario. In Asia si preferiva celebrare in gennaio, in Occidente a dicembre, data che fu universalmente adottata anche in Oriente quando san Giovanni Crisostomo, patriarca di Costantinopoli, applicò la data per il Natale anche nel calendario orientale nell'anno 398. Solamente gli Armeni mantennero la loro propria datazione, che fissa il Natale nel giorno 19 gennaio.

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NOTE

1) Clemente Alessandrino, Stromata I, xxi in P.G., VIII, 888

2) Le comunità ortodosse "di rito occidentale" seguono le feste secondo il calendario latino ortodosso, mantenendo Epifania e Natale come feste distinte. Ma qui si preferisce rimanere nell'Ortodossia standard. 

3) Giovanni Cassiano, Collationes X, 2 in P.L., XLIX, 820

4) Epifanio, Haer., li, 16, 24 in P. G., XLI, 919, 931