venerdì 29 settembre 2017

Icona miracolosa del santo zar Nicola II in processione per la Serbia (news)

Una delegazione di cosacchi sta conducendo, secondo RIA-Novosti, una icona miracolosa del santo imperatore Nicola II in Serbia. Dalla domenica scorsa, infatti, l'icona e i suoi protettori si sono presentati a Belgrado dove l'icona è stata oggetto di culto pubblico. Dopo la liturgia, è principata una lunga processione per la Serbia orientale, alla quale si sono aggregati vari gruppi di serbi provenienti dai villaggi e dalle cittadine rurali nelle quali l'icona ha sostato. 


La processione. Si noti la bandiera imperiale portata dai cosacchi

L'icona è diventata miracolosa il 17 luglio di quest'anno, anniversario del martirio della famiglia Romanov, nonché giorno della loro commemorazione liturgica. L'icona fu dipinta nel 2003 per ordine dell'atamano (comandante) cosacco Sergej Crystal, ed è per questo che il popolo cosacco vi è molto affezionato. 

L'icona vista da vicino.

San Nicola II Romanov ha anche il suo Acatisto, qui scaricabile in bilingue (slavo / italiano). 

Santo zar Nicola, prega per noi! 

Aiutare i propri sacerdoti: la comunità cristiana

I parroci subiscono la pressione più di ogni altro lavoro. Il tipo di uomo che solitamente viene designato al santo sacerdozio è un uomo dal cuore aperto al servizio per gli altri, e spesso ci si aspetta che sia capace di sforzi impressionanti. I vescovi, come pastori del gregge, ci sia spetta siano dei superuomini.

Ho spesso sentito di orribili situazioni, come ad esempio di parroci costretti a cancellare le vacanze familiari all'ultimo minuto poiché c'era un funerale da officiare, pazienti dall'ospedale che chiedevano la comunione, e così via. Anche se spesso il sacerdote pretende per sé il Lunedì come giorno di riposo, c'è sempre qualche chiamata dell'ultimo minuto. Specialmente nelle parrocchie grandi, i doveri dei sacerdoti sono grandissimi.

Cosa possiamo fare per aiutare i nostri preti? non lasciarli soli, innanzi tutto. Domandare cosa possiamo fare di utile per la parrocchia: alcune incombenze e ruoli importanti possono, e forse dovrebbero, essere ricoperti dai laici: catechismo ai bambini, ordine e decoro degli ambienti ecclesiastici, aiuto nella preparazione della chiesa per le feste, e così via. Possiamo tutti partecipare alle riunioni periodiche della parrocchia nelle quali si discutono i problemi della chiesa e si cercano le soluzioni. Tutti, attraverso una cosciente formazione religiosa, possiamo diventare degli insegnanti per i catecumeni, soprattutto tramite il nostro esempio di vita.

Se vogliamo un sacerdote sempre attento ai nostri bisogni spirituali - come è giusto che sia - non possiamo però pretendere che egli prenda carico anche dei nostri bisogni materiali. Come cristiani, piuttosto, possiamo organizzare in parrocchia raccolte di vestiti, di cibo, e anche di soldi, per un fratello o una sorella bisognosi. In questo modo, la comunità si rinforza nella carità e nell'amore fraterno. E' sempre più presente anche nella Diaspora la pratica delle cosiddette agapi, ovvero delle mense parrocchiali in cui, almeno la domenica, si mangia tutti assieme parlando e discutendo delle necessità della parrocchia e anche di spiritualità: un ottimo momento per magari accantonare le frivolezze e discutere di cose importanti che riguardano la nostra chiesa.

Leggendo le abitudini parrocchiali dei Vetero-Ritualisti russi, non possiamo che rimanere affascinati dal funzionamento di una buona parrocchia di vecchio stile. Ideale sarebbe emulare lo spirito dei vecchi-credenti in questo: la parrocchia è un essere vivo, perché composto da tutti noi. La parrocchia ha bisogno di ognuno di noi come membro attivo. Inutile chiudersi in un comodo clericalismo laico, nel quale "la gestione della chiesa spetta ai preti", quando invero siamo tutti noi chiamati a dare la nostra parte.  A cosa siamo chiamati? a seguire le virtù cristiane di pazienza, di carità, di istruzione degli ignoranti nella fede, nell'amore. Le virtù della carità verso i vicini, dell'istruzione religiosa e dell'amore verso il prossimo si vivono e si consumano principalmente proprio nella nostra comunità parrocchiale.

Non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. (Gv 15:13). Diamo la vita  alla nostra parrocchia, rendiamo vivo il nostro Cristianesimo così moscio e spento. Perché chi ha dato, sarà nell'abbondanza (Mt 13:12). 

lunedì 25 settembre 2017

Inno a san Michele Arcangelo di Alcuino di York (IX secolo)

Il testo è stato trovato nella libreria online della Fordham University, ne propongo una traduzione.

INNO A SAN MICHELE ARCANGELO
di Alcuino di York, composto nei primi anni del IX secolo


(L'inno a San Michele, che Alcuino all'Imperatore Carlo scrisse, per il supremo re degli Arcangeli, Michele: cantiamo ad una sola voce):

A te ci rivolgiamo, o Principe di ogni città, o Michele.
A Te, o Dio, gli angeli portano
del genere umano orante
ogni preghiera.

Con te gli uomini esausti ritrovano vigore,
e il nemico non ha più potere.
In te la potenza del Paradiso ha forza
e nel giardino divino i santi angeli governi.

Nel tempio del nostro Dio
l'incensiere spirituale tieni,
e incenso e profumi conduci
sull'altare celeste di Dio.

Hai schiacciato il drago malvagio con la tua mano possente,
salvando molti cui era giunta sentenza di morte.
Il silenzio fu dunque squarciato, e le bocche di tanti
con voce possente dissero: gloria a Te, o Signore.

Ascoltaci o Michele,
Altissimo fra gli angeli,
non abbandonarci nella prova
ma vieni in nostro soccorso
sollevaci dalla morte
e dacci letizia e perdono.
Salvaci dalla malattia
portaci la Gioia del Cielo, il banchetto dei beati.

Amen.

domenica 24 settembre 2017

Il Patriarca di Alessandria Teodoro in visita in Serbia (news)

Dal Sito ufficiale della Chiesa Ortodossa Serba, nonché da numerosi contatti Facebook, veniamo a sapere che sua santità Teodoro, patriarca di Alessandria, ha reso visita al suo confratello il patriarca Ireneo di Serbia. Ieri, 23 settembre 2017, i due patriarchi si sono incontrati e hanno concelebrato i Grandi Vespri alla Cattedrale di san Sava (Belgrado). Il patriarca di Alessandria rimarrà in Serbia fino al 29 settembre. 


Dal sito della Chiesa Serba, la foto che immortala i due patriarchi


In questi giorni, i due patriarchi visiteranno la città e le sue meraviglie teologiche, e si intratterranno con colloqui privati  - uno di questi è già avvenuto. 


Un video con l'ingresso di sua santità Teodoro alla cattedrale di San Sava

sabato 23 settembre 2017

Inginocchiarsi nella Chiesa Ortodossa

L'atto di inginocchiarsi e di stare proni alla Divina e Sacra Liturgia è un atto fisico e metafisico che deriva dai tempi antichi e che è passato nell'ortoprassi. L'atto di inginocchiarsi in alcuni momenti specifici del culto è un segno di umiltà dinnanzi a Dio ed è una delle posizioni privilegiate per la preghiera personale. La postura più corretta e comune per i servizi divini è, comunque, la postura eretta. La postura eretta, infatti, ci permette di ascoltare meglio e rimanere più vigili e attenti a ciò che accade durante il rito. Tuttavia, inginocchiarsi e prostrarsi è un atto di fede nobile ed è, se non previsto, quantomeno considerato edificante in certi momenti della sinassi. In particolar modo, durante l'Ingresso del Vangelo, durante la recita del Padre nostro, e specialmente durante le preghiere di consacrazione dei Doni. Molti si inginocchiano anche durante l'ascolto del santo Vangelo. Sembra, apparentemente, che inginocchiarsi durante la recita del Vangelo sia in contrasto con l'esortazione sacerdotale: sapienza, in piedi! ascoltiamo il santo Vangelo! che precede la lettura. Secondo il padre prof. Ene Branişte, [1], però, il gesto di stare in ginocchio o prostrati durante le Letture non significa essere in contrasto con l'esortazione liturgica, perché il gesto di stare in ginocchio è stato trasformato in un momento di grande concentrazione e attenzione. Con lo stesso senso è possibile, a questo punto, giustificare l'uso di inginocchiarsi al momento del Grande Ingresso coi Doni, il quale simboleggia il Cristo defunto portato al suo sepolcro. 

In generale, non vi sono posture obbligatorie nella Chiesa Ortodossa. Tutto quello che viene fatto a livello cultuale viene proposto come atto di amore verso Dio. Le prostrazioni quaresimali, lo stare in ginocchio o in piedi, ogni manifestazione fisica di rispetto e devozione per Dio e per i Santi è un atto di pietà e di devozione che non può essere misurato. Quel che conta è la consapevolezza del Mistero che stiamo vivendo in quel momento, offrendo noi stessi al meglio delle nostre capacità, senza perdere la concentrazione del servizio e del culto divini, poiché, come diceva il padre Sofronio dell'Essex [2] << nel tempo della Liturgia noi conosciamo Dio, e Dio conosce noi. >>. 

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NOTE

 1) BRANISTE E., Cultul ortodox ca mijloc de propovăduire a dreptei credinţe, in Studii Teologice, Anno V, nr. 9 – 10/1953, pag. 641 - 642

2) Citato in Ieroteos Vlachos, Conosco un uomo in Cristo, anno 2015, ed. Monastero della Nascita della Deipara, pag. 311

giovedì 21 settembre 2017

La divina Giustizia e il peccato (san Nettario della Pentapoli)

Un breve testo ma molto intenso in cui san Nettario il Taumaturgo della Pentapoli (+1920) espone il concetto di "soddisfazione della Giustizia"

Se Dio ha creato tutto perfettamente, si deduce che il peccato ha turbato e danneggiato il Bene regnante contro la Legge di Dio. Per questo il peccato è male contro di Lui, poiché minaccia la perfezione della sua creazione. Visto che l'autore del peccato è l'Uomo stesso, quando l'Uomo pecca contro il Signore, è necessario che renda giustizia alla Legge divina, distruggendo il male da lui prodotto e lavorando per ottenere di nuovo la comunione con l'eterna Legge di Dio. 

La soddisfazione della Divina Giustizia, la quale fu offesa dalla creazione di un peccato da parte della persona iniqua, è sia qualcosa richiesto dalla Giustizia per la purificazione dell'anima, sia una disposizione interna dell'Uomo per propiziarsi Dio. 

La disposizione del cuore al pentimento e la pretesa divina della Giustizia, infatti, provengono dalla medesima fonte: la natura perenne della Legge Divina. Il peccato infatti ha rotto la perpetuazione della Giustizia eterna in noi. Inoltre, a causa di un impulso profondo e personale, il cuore cerca di soddisfare la Divina Giustizia e internamente desidera il Regno della Legge divina e si affretta ad agire per conto della sua eterna verità. Questo desiderio interiore è emanato dalla concordanza fra volontà personale dell'Uomo e la Legge di Dio. 

Propiziamoci dunque Dio, perché non conosciamo il futuro e accorriamo al confessore con pentimento e lacrime, affinché, perdonati prima del grande e tremendo Tribunale, scamperemo al tribunale futuro e, riconciliati con Dio, possiamo gustare della Vita Eterna. 

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Estratto da: San Nettario della Pentapolis il Taumaturgo, Pentimento e Confessione, parte 2, pp.45-49 

lunedì 18 settembre 2017

Perché si commemora l'inizio dell'anno ecclesiastico il 1 settembre

Il sito Pravoslavie.ru risponde ad uno dei quesiti più comuni durante questo periodo dell'anno: perché celebriamo l'inizio dell'anno ecclesiastico il giorno 1/14 settembre, e non insieme al capodanno laico? 

L'inizio dell'anno ecclesiastico si chiama Indizione, parola latina che sta per "imporre". Originariamente si utilizzava per indicare l'imposizione delle tasse in Egitto, proclamate con un documento annuale speciale. La prima indizione mondiale (ovvero, per tutto l'Impero) avvenne nel 312 quando san Costantino vide la Croce nel cielo e obbligò tutti i suoi soldati a vestire la croce sugli scudi e sulle corazze. 

Secondo la santa Tradizione, Cristo entrò per la prima volta in una sinagoga il giorno 1 settembre (Luca 4:16-22) annunciando così la Salvezza al mondo intero. Ancora la Tradizione crede che gli ebrei entrarono nella Terra Promessa il giorno 1 settembre. Con questi significati, la Chiesa ha adottato in questo giorno l'Indizione dell'Anno Ecclesiastico, come simbolo dell'ingresso del popolo cristiano nell'era della Salvezza, spettando con fede e pazienza il giorno in cui saremo perfettamente in Dio.


Il Cristo nel Cod. Gr. 1613, p.1 della Biblioteca Vaticana

giovedì 14 settembre 2017

Il significato dei colori nell'architettura sacra russa

Il prolifico blog del Monastero di santa Elisabetta a Minsk ci offre una sintesi preziosa circa il simbolismo dei colori sito nella pratica russa delle chiese colorate

Nell'architettura religiosa russa, i colori sono molto importanti perché, da lontano, possiamo conoscere la dedicazione della chiesa in base al colore generale dell'edificio:

Bianco - in onore alla Madre di Dio.
Rosso - dedicato ai martiri.
Verde - dedicato ad un santo.
Giallo - dedicato ad un vescovo. 


chiesa di san Pimen a Nuova Vorotniki 


Ovviamente si tratta di pie tradizioni e non di regole scritte, quindi nella pratica può esservi anche una divergenza. 



Anche i colori delle cupole significano qualcosa: una cupola policromatica intende riflettere lo splendore della Gerusalemme Celeste, le cupole azzurre o blu sono dedicate alla Madre di Dio, le cupole verdi alla Trinità (in quanto è il colore della Pentecoste, nella tradizione russa). I monasteri spesso hanno cupole nere, giacché il nero è il colore del monachesimo. L'oro, sulle cupole, rappresenta la gloria divina. 


La Santa Luce di Gerusalemme nelle cronache di Rodolfo il Glabro


Il cronista Rodolfo il Glabro (985-1047) ci racconta della Santa Luce di Gerusalemme nel suo V volume dei Historiarium Libri in merito al miracolo che ogni anno avviene il Sabato Santo nella città di Dio. Una testimonianza antica e lontana nel tempo e nello spazio rispetto al fenomeno del Santo Fuoco che ogni anno si accende nelle mani del patriarca di Gerusalemme. 


Il santuario del Santo Sepolcro al giorno d'oggi.


"Si recò in quei luoghi Odolrico (IX secolo), vescovo di Orleans, e assistette a un fatto miracoloso che ci ha riferito e che non crediamo di dover tralasciare. Il giorno del sabato santo, nel quale tutto il popolo attendeva che la potenza miracolosa di Dio facesse giungere il fuoco, egli era lì presente con tutti gli altri. Quando ormai il giorno volgeva al tramonto, d’un tratto, proprio nell’ora in cui si prevedeva l’arrivo del fuoco, un saraceno, un ignobile buffone, uno dei moltissimi che tutti gli anni hanno l’abitudine di mischiarsi ai cristiani, gridò ‘Aghios kyrie eleison’ (come fanno i cristiani quando appare il fuoco). Scoppiò in una risata di scherno, allungò il braccio e afferrò una candela dalla mano di un cristiano, cercando di fuggire. Ma d’improvviso fu ghermito dal demonio e cominciò a contorcersi sconciamente. Il cristiano, che lo inseguiva, gli strappò la candela; lui, dopo aver atrocemente sofferto, spirò poco dopo tra le braccia dei Saraceni. L’avvenimento provocò letizia ed esultanza. Nello stesso momento il Fuoco, come sempre, per divino miracolo si sprigionò da una delle sette lampade che sono là appese, e diffondendosi velocemente trasmise la luce alle altre. Questa lampada, col suo olio, fu venduta per una libbra d’oro da Giordano, il patriarca d’allora, al vescovo Odolrico, che la collocò nella propria sede e così beneficiò moltissimi infermi."

I Latini - all'epoca ortodossi - avevano la loro casa di accoglienza presso il Monastero di santa Maria situato nel quartiere latino di Gerusalemme, patrocinato dall'Ordine Benedettino. 

mercoledì 13 settembre 2017

Il complesso rituale del fidanzamento nella Antica Russia

Come si svolgeva il rito sociale del fidanzamento e del matrimonio nella antica Rus'? Ce lo racconta Nikolas Kotar, direttore del coro del Seminario San Vladimiro (USA), attraverso il suo blog.

Come ci si sposava nella Russia medievale? Ecco i punti salienti del processo sociale e umano di due giovani che convogliavano a nozze, secondo i riti sociali diffusi nella vecchia Rus'.

1.  INCONTRO 

Il processo iniziava con una visita inaspettata alla casa della futura sposa da parte del ragazzo, il quale si presenta in modo informale e senza essersi prima fatto annunciare. C'è la possibilità così, per entrambi, di vedersi e conoscersi. Tuttavia, l'Incontro rappresenta un punto di non ritorno: ci si aspetta che, da questo momento, i due giovani siano legati. Per la ragazza specialmente, iniziava un periodo di catarsi e di preparazione spirituale che la conduceva in uno stato di apatia, socialmente considerato come "morte sociale", prima della sua rinascita nel matrimonio: la ragazza non usciva più di casa  nè svolgeva mansioni domestiche come lavare, cucinare o cucire abiti per la famiglia - come aveva fatto prima. Ci si aspettava che la giovane donna meditasse e riflettesse sulla vita, perché dopo l'Incontro era possibile, per la donna, rifiutare il pretendente, qualora decidesse in tal senso.

2. LA VISITA

La cosiddetta "Visita" era un momento invece formalissimo, nel quale sia la futura sposa che il futuro sposo si incontrano di nuovo, ma in via ufficiale. Il ragazzo viene ricevuto con pane e sale, e il padre della sposa benediva il futuro marito della figlia. Sia l'uno che l'altra sono tenuti a vestirsi con abiti festivi e la cerimonia si svolge sempre a casa della ragazza: l'uomo deve dare sfoggio della sua ricchezza e della sua abilità mentre la ragazza tutta la sua grazia e bellezza. La Visita è accompagnata da canti e inni rituali, detti Pianti (prichitanie), cantati dagli amici della giovane donna. La ragazza può rifiutare lo sposo, negandogli la propria presenza, rimanendo chiusa in camera. Se la ragazza non usciva nel giorno della Visita, il fidanzamento veniva annullato. 

3. L'IMPEGNO

Le famiglie concordavano un giorno per accordarsi sulle doti rispettive e sui doveri dei clan familiari in una rete sociale. Nel frattempo, la futura sposa cantava il Pianto oppure simili inni antichi. Specialmente nelle famiglie benestanti, donne appositamente istruite per i Pianti eseguivano il rituale al posto della sposa, la quale si limitava a sospirare secondo le procedure rituali. Lo sposo, on in ogni caso, se ne sta completamente in silenzio e assorto. Dopo il canto del Pianto, il sacerdote veniva chiamato a benedire l'unione con il rito del cosiddetto "fidanzamento privato", che di solito anticipava di qualche settimana il Fidanzamento in chiesa. 

4. FESTA DI ADDIO E MATRIMONIO

L'Addio (devichnik) era un rito pubblico che si svolgeva sempre con la sposa come soggetto, dopo il rito del Fidanzamento in chiesa. Veniva preparata la "bellezza", un oggetto che simboleggia la ragazza, la quale "bellezza" veniva poi bruciata. La "bellezza" poteva essere qualsiasi cosa, anche un bastone di legno decorato con nastri colorati, così come complesse ghirlande, statuette, e simili. Alla "bellezza" venivano sempre legati dei capelli della ragazza, tagliati per l'occasione, a simbolo della morte della fanciullezza e ingresso nella vita adulta: il simbolismo della tonsura ritorna ancora una volta. Il fidanzato attende la sposa fuori dalla sauna, nella quale la ragazza veniva lavata e immersa. Il fidanzato e la fidanzata raggiungevano quindi la chiesa dove si svolgeva il Matrimonio.

5. VESTIZIONE DELLA MATRONA

La donna ora non è più ragazza, ma è signora della casa, moglie e matrona. Immediatamente dopo il matrimonio, la sposa lascia il marito per recarsi negli appartamenti e venire vestita da donna adulta. Le anziane della famiglia sciolgono l'acconciatura matrimoniale per fare una lunga treccia coi capelli della sposa, non in una sola coda, ma con una doppia treccia. I capelli vengono poi sormontati o coperti da un copricapo - il quale variava da regione a regione - dotato o meno di velo. Da questo momento, per tradizione, solo al marito è concesso vedere i capelli della sua sposa. Nella Russia medievale, tentare di scoprire i capelli di una donna maritata era considerato un terribile insulto. Veniva poi accompagnata nella sua nuova dimora, e lasciata libera di muoversi come voleva: da quel momento, la donna "tornava viva". 


La creazione della treccia

6. IL PRIMO GIORNO

Il giorno del matrimonio non è ancora finito, quando i due sposi arrivano alla loro nuova casa. Lì vengono ricevuti dagli amici e dai parenti con una torta speciale, la quale veniva divisa fra i due sposi, e poi vengono accompagnati in camera da letto: è sera, e gli sposi vengono lasciati soli.

7. I SALUTI ALLE FAMIGLIE

Il giorno seguente gli sposi visitano la casa paterna della sposa per prima, e quella dello sposo poi. Gli sposi venivano ricevuti con pane e sale, il celebre saluto degli antichi popoli slavi, e l'ultimo giorno di festa durava poco: la vita matrimoniale iniziava definitivamente. 

Per chi parla russo, è disponibile a questo link una descrizione dettagliatissima di tutte le procedure dell'antico matrimonio russo, e perfino di come adattarlo ai tempi moderni secondo procedure ancora vive nella regione di Omsk e riportate find agli anni 70 del Novecento.

venerdì 8 settembre 2017

La chiesa greca di NY quasi ultimata (news)

Da Pravmir apprendiamo la notizia che sono a buon punto i lavori di costruzione di una nuova chiesa greca a New York nel luogo in cui sorgeva la vecchia, distrutta dall'attacco terroristico alle Torri Gemelle l'11 settembre 2001. 

La chiesa di San Nicola A New York si troverà a Lincoln Park, esattamente dove si trovava la precedente da 85 anni, fin quando fu rasa al suolo dal crollo di una delle Torri. Con orgoglio, direttore esecutivo dell'Arcidiocesi greca d'America, Jerry Dimitrou, ha detto che il marmo - con cui verrà rivestito l'interno della chiesa - proviene dalla Grecia ed è lo stesso con cui fu edificato il Partenone: un orgoglio etnico, non c'è che dire. 

Allo stato attuale le colonne sono state completate ed è stata installata la cupola.


La nuova chiesa di san Nicola, da Pravmir

Il progetto, che costerà complessivamente 52 milioni di dollari, dovrebbe essere terminato per il prossimo ottobre. 

giovedì 7 settembre 2017

Vite parallele: San Sergio di Radonez e san Benedetto da Norcia

E' molto comune - in ispecie fra i cattolici - definire san Sergio di Radonez (+1392) il "san Francesco" dei russi. In realtà, leggendo la sua vita, il suo ascetismo e la sua spiritualità, possiamo ben vedere un parallelo molto più ortodosso (mi si passi il gioco di parole) con san Benedetto da Norcia (+547), il celeberrimo fondatore di Montecassino, patrono dei monaci dell'antico Occidente. Le vite di questi due splendidi santi monaci sono, infatti, molto simili, nonostante il grande lasso di tempo a separarli.


La grande foresta russa, luogo scelto da s. Sergio come eremo

Punti di convergenza fra le vite di san Sergio e di san Benedetto

Iniziamo dicendo che, sebbene sembri di poco o nessun conto, nessuno dei due ha scritto di propria mano la propria biografia. In entrambi i casi, sono due loro discepoli - il monaco Epifanio per Sergio, e Gregorio Magno il papa di Roma per Benedetto - a trascrivere la loro vita e farla diventare un libro. 

Entrambi i santi sono nati in famiglie agiate del loro tempo. San Sergio nacque in una famiglia di boiari e san Benedetto in una famiglia senatoria romana, la gens Anicia. Entrambi non erano figli unici, ed entrambi erano ben versati nelle lettere. Tuttavia, la famiglia di san Sergio divenne povera per cause politiche, mentre della famiglia di Benedetto non sappiamo la sua fine, se non che la sorella Scolastica lo seguirà più avanti nella vita monastica. 

Sia uno che l'altro avvertono giovanissimi la vocazione monastica. Benedetto abbandona la nutrice e gli studi a 17 anni, rifugiandosi sul monte Taleo come eremita, ricevendo là vicino la tonsura monastica dal monaco Romano. San Sergio alla morte dei genitori, assieme al fratello Stefano (già prete), si reca nelle profonde foreste del monte Makovec e fonda il nucleo di quella che sarà l'Abbazia della Santissima Trinità: il fratello lascerà presto Sergio che vivrà come eremita, avendo preso anch'egli i voti monastici. 

Ennesima convergenza delle due esperienze di vita: entrambi vengono chiamati ad essere abati di comunità che non appartengono loro. Nel caso di san Benedetto, egli si reca a Vicovaro presso un cenobio che ha spontaneamente domandato la sua presenza; nel caso di san Sergio, molti monaci giungono presso il suo eremo, edificano case intorno alla chiesetta, e domandano che egli presieda la comunità. Queste esperienze si tramutano, in entrambi i casi, in veri e propri fari della Chiesa nel mondo. I monaci benedettini e i monaci "sergisti" fondano decine di monasteri nell'arco di pochi decenni dopo la morte dei rispettivi fondatori. I monaci di san Sergio costruiranno in totale 40 monasteri. 

Entrambi i santi erano taumaturghi e autori di miracoli: sia san Sergio che san Benedetto salvano giovanissimi ragazzi destinati alla morte, ad esempio. Entrambi avevano il dono di conoscere il cuore e la mente degli uomini e usavano questo carisma per migliorare il prossimo e istruirlo sulla vita della virtù. 

Sia Sergio che Benedetto incontrano personalità politiche del tempo: san Benedetto incontrò il re Totila  mentre san Sergio benedì Demetrio Donskoj e il suo esercito contro i Tartari. 

Infine, entrambe le reliquie sono state ritrovate dopo la loro morte e in circostanze speciali.

Differenze 

San Sergio di Radonez ebbe il raro dono di poter vedere la Madre di Dio. Inoltre, san Sergio alle volte appariva "trasfigurato" a chi gli stava intorno, circondato da una aurea di luce.  San Benedetto era un esorcista, e dimostra svariate volte la sua ascesi e il dono che Dio gli aveva concesso, ad esempio frantumando la coppa avvelenata a distanza, o quando addirittura, solamente con uno schiaffo, riuscì a liberare un ossesso dal demone che lo abitava. San Sergio aveva il dono di poter trattare con gli animali, mentre san Benedetto aveva il carisma della preveggenza.

Santi Sergio e Benedetto, pregate per noi! 


martedì 5 settembre 2017

Patriarchi Bartolomeo e Teodoro presenti al Convegno di Bose 6-9 settembre 2017

Dal sito ufficiale della Chiesa Ortodossa Serba, veniamo a conoscenza di una visita importantissima quanto inavvertita sui canali nazionali: S.S. Bartolomeo di Costantinopoli e S.S. Teodoro di Alessandria saranno in Italia per il 25esimo Convegno Internazionale della Spiritualità Ortodossa presso la comunità di Bose. 

La conferenza a Bose si terrà dal giorno 6 settembre al giorno 9 settembre 2017. Lo stesso giorno di arrivo i due patriarchi apriranno il sipario con due letture, Umanità in una Terra Abitabile (ecologia), da parte di Bartolomeo di Costantinopoli, e La benedizione dello straniero (sociale) di Teodoro di Alessandria. Vi saranno poi altri temi, principalmente verteranno su ospitalità, riconciliazioni ecclesiastiche e opportunità di dialogo religioso, tuttavia i nostri patriarchi non parleranno più in pubblico come relatori, ma saranno ospiti fino al termine del simposio. Il celebre padre Paul Meyendorff, scrittore della Dogmatica, sarà uno dei relatori. 


Il grande centro ecumenico di Bose 




sabato 2 settembre 2017

Come un ortodosso dovrebbe approcciarsi alla Sacra Scrittura

Diceva san Gregorio Magno: le parole di Dio crescono insieme a chi le legge, ciascuno infatti le comprende tanto e più profondamente tanto quanto vi si dedica con attenzione. Poiché quanto tempo dedicherai nella parola di Dio così sarai retribuito nel progresso nei riguardi della stessa parola di Dio. [1]


Se un cristiano prega senza riferirsi alla Sacra Scrittura, allora la sua preghiera, la quale non si è unita alla Parola di Dio, rimane un monologo senza destinazione. La preghiera necessita di essere combinata con lo studio della Sacra Scrittura così che possa essere un vero dialogo fra la persona che sta pregando e il Signore. Riceveremo così le riposte di ciò che cerchiamo attraverso la meditazione delle Scritture. 

Dice Isacco di Ninive: Non avvicinarti mai alle parole dei misteri contenuti nella divina Scrittura senza pregare e implorare l'aiuto di Dio, ma piuttosto di': "Signore, concedimi di percepire la potenza che in esse". Convinciti che la preghiera è la chiave che rivela i sensi della sacra Scrittura. [2]

Sta scritto infatti: non di solo pane vive l'Uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio [Deuteronomio 8:3]. Dobbiamo ricordarci che non abbiamo bisogno solamente del cibo o dei vestiti, ma anche del nutrimento spirituale. Così come stare senza mangiare per molti giorni ci provoca una distrofia, così una vita priva di preghiera conduce alla distrofia dello spirito, ed esattamente alla stessa sorte giungiamo senza la lettura della Bibbia. Difatti sta sempre scritto: La Fede viene da ciò che si ascolta, e ciò che si ascolta viene dalla parola di Cristo [Romani 10:17]. Questa è la risorsa della nostra fede. 

Come iniziare dunque la lettura della Bibbia? Diremmo di iniziare con un brano del Vangelo e uno delle Lettere, secondo i lezionari che si trovano indicati in tutti i calendari liturgici [3]. Un modo antico di praticare questa lettura era di leggere i paragrafi dei lezionari immediatamente dopo le preghiere del mattino, ad edificazione e riflessione del giorno. Altrimenti, è buona regola nel pomeriggio, se si digiuna, dedicarsi alle letture. 

Ognuno di noi dovrebbe avere una Bibbia a casa, possibilmente ortodossa: se non si conosce alcuna lingua dei paesi tradizionalmente ortodossi, si può facilmente reperire una buona Bibbia cattolica (non propongo le protestanti per il fatto che mancano numerosi libri) e integrarla con i libri mancanti attraverso l'uso di internet e la stampa dei libri mancanti, ovvero Maccabei III e Maccabei IV, la Preghiera di Manasse, il salmo 151, Esdra 1, il Libro delle Odi, i Salmi di Salomone. 

Si consiglia inoltre di iniziare a leggere la Bibbia dal Nuovo Testamento, e, per coloro che frequentano la chiesa con regolarità, è buona norma leggere tutta la Bibbia almeno una volta nella vita. Anche rileggere gli stessi passi più volte, ma a distanza di tempo, ci dà sempre occasioni nuove di riflessione e possiamo sviluppare nuove comprensioni del brano. 

Dice il sublime Girolamo: Ama le sante Scritture, e la Sapienza ti amerà: amala ed essa ti custodirà, onorala, ed essa ti abbraccerà. [Pr 4,6.8] Appendi questi gioielli ai tuoi orecchi e al tuo petto.  [4]

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NOTE

1) San Gregorio Magno, vescovo di Roma, Omelie su Ezechiele I,7,8

2) Sant'Isacco di Ninive, Discorsi Ascetici, 73

3) Per chi non avesse modo di ottenere un calendario cartaceo, è disponibile un fornitissimo calendario digitale della Chiesa russa, in lingua inglese, facilmente consultabile, che indica anche le letture quotidiane. 

4) San Girolamo il Presbitero, Lettere, 130,20 

venerdì 1 settembre 2017

Gli ortodossi e la guerra

Visti gli spiacevoli incidenti diplomatici di questi giorni fra Corea del Nord e Stati Uniti d'America, molti mi hanno scritto domandandomi la posizione ufficiale della Chiesa Ortodossa sul tema della guerra e del servizio militare per uno Stato. 

Occorre innanzi tutto ricordare che non esiste una "posizione ufficiale" della Chiesa Ortodossa giacché, come per molte questioni di etica, bioetica e morale, ogni Chiesa Locale ha stabilito un proprio codice etico che può variare, su certi aspetti, sebbene solitamente vi siano delle linee guida comuni, che adesso andremo a conoscere.

Argomento scritturale

Generalmente la Divina Scrittura propone due modelli di guerra: la guerra giusta, mossa da Dio in modo provvidenziale (Libro di Giosuè, Libri dei Maccabei) e la guerra come punizione per i peccati del popolo ebraico, in cui gli ebrei si ritrovano sconfitti e umiliati. Non vogliamo analizzare il punto di vista scritturale in modo simbolico - del quale non è certo privo - ma bensì dal suo lato immanente, ovvero la presenza di una benedizione per la guerra da parte di Dio, se questa è finalizzata al trionfo della giustizia: vengono in mente specialmente i Maccabei che si difendono dall'invasione del mefistofelico Antioco Epifane. La guerra, tuttavia, è vista anche come una catastrofe al pari di terremoti e inondazioni, un possibile flagello inviato dal Signore per correggere i cuori pieni di nefandezze, e in questo senso è semplicemente una punizione che il popolo subisce per i suoi peccati.  Nel primo caso la guerra è una chiamata di Dio per riportare l'equilibrio (come ne caso del Maccabei) oppure è un simbolo per indicare la guerra spirituale, come una certa lettura della guerra di Giosuè pare suggerire: la conquista della Terra Promessa è la conquista del Paradiso, memori dell'esortazione paolina: vestitevi delle armi della Luce  [cfr. Romani 13:11-14]. Si può parlare, a livello meramente immediato, che Dio benedica i conflitti armati? una risposta frettolosa è . Dall'esperienza biblica vetero-testamentaria si desume che Dio prende parte ai conflitti umani e li gestisce, assegnando la vittoria ai meritevoli e castigando gli iniqui col flagello della sconfitta. Tuttavia, c'è da tener conto di numerose considerazioni: i tempi non erano maturi per la pienezza della salvezza e il mondo decaduto era privo del comandamento dell'Amore di Cristo. 

Nei Vangeli, invece, non si parla di guerra. Tuttavia, la predicazione di Cristo incontra e investe numerosi soldati di vari gradi, dal centurione che lo prega per il suo servo al  legionario Longino che gli perfora il costato. Né il Signore Gesù Cristo né gli Apostoli hanno preteso che i soldati da loro incontrati abbandonassero il loro mestiere per un altro tipo di vita. Si deduce che, secondo la Scrittura, la professione militare non è incompatibile con la salvezza. Nel mondo rinnovato dall'atto d'amore supremo di Cristo Gesù, tuttavia, siamo chiamati all'amore gli uni per gli altri, e non più alla dura legge dell'occhio per occhio, e dente per dente. Come cristiani siamo chiamati a cercare la pace, come ci comanda lo stesso Signore. 

Argomento Storico

Dal punto di vista storico, i primi cristiani hanno servito lo Stato romano come soldati, sebbene l'Impero fosse non solo pagano, ma perfino anti-cristiano. La Chiesa ha sempre professato l'obbedienza allo Stato e il servizio militare era visto come parte dei doveri civici del cittadino romano cui non poteva rifiutarsi. Con la rivoluzione costantiniana e la nascita della Chiesa Imperiale, il clero è diventato condiscendente con l'esercito romano e ne ha benedetto le insegne militari e le campagne di guerra contro i musulmani, i pagani e i barbari. Sono stati rilevati anche eccessi storici, come la pratica di alcuni monaci guerrieri in Russia (esempio lampante, sant'Alessandro Peresveret), formalmente aborrita dai canoni ecclesiastici. La presenza di numerosi santi guerrieri, generali, sovrani militanti etc manifesta chiaramente che la Chiesa non considera incompatibile la professione militare e la santità di vita. Nella lunga storia della Chiesa, le guerre contro gli invasori, specialmente non cristiani, sono sempre state benedette dalla autorità ecclesiastica. Il principe san Demetrio Donskoj, ad esempio, ottenne la benedizione da san Sergio di Radonez sia contro i crociati cattolici che contro i tartari. Allo stato attuale della Chiesa Ortodossa, le Chiese Nazionali sono spesso coinvolte nella benedizione delle armi, delle forze dell'Ordine, dell'esercito e delle stazioni militari dei rispettivi eserciti nazionali. 

Argomento Canonico e Patristico

I Canoni della Chiesa non condannano l'esistenza dell'esercito né il servizio nelle forze armate, ma si focalizzano principalmente sui chierici. Già dai Canoni Apostolici (Canone Apostolico LXXXIII)  è vietato per i chierici di diventare soldati:

Se un vescovo, un sacerdote o un diacono servono nell'Esercito, e desiderano rivestire l'incarico della Magistratura romana e contemporaneamente il presbiterato, che siano deposti, giacché le cose di Cesare vanno a Cesare, e le cose di Dio vanno rese a Dio

Il canone V di san Gregorio di Nissa prevede l'espulsione dal clero per i sacerdoti che si macchiano di omicidio, anche involontario. 

Il Canone Apostolico LXXXIII verrà ribadito dal Concilio Eumenico Quinsexto. Dal punto di vista patristico, coloro che si sono soffermati di più a parlare di guerra e violenza in genere sono Tertulliano (+230), sant'Ambrogio di Milano (+397), Sant'Agostino d'Ippona (+430), sant'Atanasio di Alessandria (+373) e san Giovanni Crisostomo (+407). In particolare, i Padri Latini parlano di guerra giusta, classificandola in base all'Argomento Morale che la stessa Chiesa Ortodossa ritiene valido adesso e che è più sotto sviluppato. San Giovanni Crisostomo parla di misure coercitive quando vi è bisogno, ma se possibile, di usare misericordia (cfr. Il Sacerdozio).

Il Canone XIII di san Basilio Magno [Epistola Canonica n.92] è considerato, tuttavia, il fondamento canonico della Chiesa Ortodossa nei riguardi dell'omicidio in guerra:

I nostri padri non consideravano assassinio vero e proprio gli omicidi commessi in guerra, e quindi consentivano il perdono a coloro che combattevano per la difesa della fede e della sobrietà di vita. Tuttavia, è consigliabile negare [ai soldati] la comunione per tre anni, per purificarsi

Argomento Teologico Morale

Il servizio militare viene concepito come un servizio pubblico alla comunità cui apparteniamo. Per tutte le Chiese Ortodosse, l'esercito assolve il compito di difesa dei confini dello Stato, compiendo una chiave di lettura del famoso passo di Giovanni 15:13: non c'è amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici. Si intende amici per comunità etnico-nazionale in cui il Signore ci ha chiamati a vivere. Il servizio militare è una condizione di vita, un mestiere, che chiede una attenta pastorale e una vita retta, onde non scadere nei più bassi istinti della violenza abietta e cieca che contraddistinguono l'umanità decaduta. Generalmente, la guerra è considerata un mezzo obbligato per la salvaguardia della propria comunità e viene vista, sovente, come un odioso mezzo per il ristabilimento della giustizia. La Chiesa Ortodossa ritiene che la guerra possa essere combattuta "moralmente" qualora si rispettino le convenzioni internazionali, si evitino le torture e le armi di distruzione di massa, e si cerchi di preservare il più possibile la popolazione civile dai combattimenti. La Chiesa Ortodossa inoltre ritiene un grave peccato la guerra di attacco, mentre considera come giusta e legittima la difesa armata. I feriti avversari catturati sul campo di battaglia devono ricevere cure e sostegno esattamente come i propri commilitoni. La Chiesa Ortodossa non condanna l'omicidio in guerra in quanto conseguenza dell'agire militare, ma condanna un uso smodato e inumano delle possibilità belliche offerte dalla tecnologia. La Chiesa Ortodossa non promuove la guerra come strumento di risoluzione di controversie internazionali o etniche, tuttavia non condanna la guerra come opzione in casi di grave necessità morale. Ricordiamo che la Chiesa Ortodossa prega assiduamente ad ogni servizio divino per la pace del mondo intero e per la stabilità della Chiesa e dei governi umani. La Chiesa Ortodossa offre all'Esercito e alle Forze dell'Ordine la possibilità di avvalersi della cappellania militare e di cicli di direzione spirituale col preciso intento di aiutare i soldati nell'elevarsi spiritualmente e di superare i traumi dovuti a una sì grave condizione umana. 

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NOTA

In Italiano l'unico documento ufficiale attualmente esistente di una Chiesa Locale è il Documento di Etica della Chiesa Ortodossa Russa. Questo link vi permette di accedere direttamente alla sezione "guerra e pace".